Home » Medicina News » Errori ospedalieri e organizzazione: quando il problema non è il singolo medico

Errori ospedalieri e organizzazione: quando il problema non è il singolo medico

Nelle cronache locali, la notizia spesso arriva con una formula sbrigativa: “errore medico”. È un’etichetta comoda, immediata, e fa presa. Ma chi vive davvero i corridoi dei nostri ospedali lo sa: dietro un esito avverso possono esserci turni impossibili, reparti sotto organico, procedure confuse, comunicazioni spezzate tra pronto soccorso e reparto, sistemi informatici che non dialogano, cartelle cliniche incomplete o consegne frettolose. Il punto non è assolvere a prescindere chi cura, ma capire che l’errore sanitario non nasce sempre dalla mano di un singolo. A volte è un incidente di percorso che matura dentro una macchina che funziona male.

In molte segnalazioni che arrivano dalle famiglie, la dinamica si ripete: attese interminabili, cambi di medico in poche ore, esami richiesti ma non eseguiti, terapie impostate e poi modificate senza che qualcuno spieghi il perché. In questi casi la responsabilità può diventare “diffusa”, perché non riguarda solo la decisione clinica, ma l’organizzazione che dovrebbe sostenerla: triage, percorsi, protocolli, supervisione, dotazioni, e soprattutto continuità assistenziale. Quando manca questa rete, anche il professionista più preparato lavora in condizioni che aumentano il rischio.

È qui che diventa decisivo il ruolo di un avvocato esperto in responsabilità sanitaria: non per cercare il colpevole “più facile”, ma per ricostruire la catena dei fatti e distinguere ciò che dipende da una scelta clinica individuale da ciò che invece deriva da carenze strutturali. Perché attribuire tutto a un solo medico può essere ingiusto, ma anche inefficace: se il problema è organizzativo, colpire un singolo non mette in sicurezza il sistema e non evita che accada di nuovo.

Quando la struttura può incidere sull’errore

Parlare di disorganizzazione sanitaria non significa usare una parola generica. Significa interrogarsi su elementi concreti: era garantita la presenza di personale sufficiente? La diagnosi poteva essere fatta in tempi ragionevoli con i mezzi disponibili? Le consulenze richieste sono state effettivamente attivate? Il passaggio di informazioni tra un turno e l’altro è avvenuto in modo tracciabile? Esistevano protocolli chiari e applicati?

In ambito locale, alcune criticità si manifestano in modo ricorrente nei periodi di pressione, come i picchi influenzali o le estati con organici ridotti. Il pronto soccorso diventa un imbuto, i reparti “scaricano” e “caricano” pazienti senza continuità, e la decisione clinica viene presa dentro un contesto che non aiuta: pochi minuti per valutare, troppe urgenze insieme, scarsa disponibilità di posti letto, esami rinviati per mancanza di personale o di slot. È in queste condizioni che un errore può non essere il frutto di imperizia, ma la conseguenza di un sistema che non garantisce i presupposti minimi di sicurezza.

La normativa sulla responsabilità sanitaria, negli ultimi anni, ha cercato proprio di distinguere tra responsabilità della struttura e responsabilità del professionista, valorizzando l’idea che le aziende sanitarie e le cliniche non siano semplici “contenitori”, ma organizzazioni che devono prevenire il rischio clinico con procedure e controlli. Se una disfunzione organizzativa contribuisce in modo determinante al danno, la struttura può essere chiamata a risponderne.

Quando invece la struttura non risponde

C’è però un altro scenario, meno conosciuto dal grande pubblico, che incide molto sulle aspettative dei pazienti. Non sempre la struttura sanitaria è automaticamente responsabile di ciò che fa il medico che opera al suo interno. Se un professionista utilizza locali o attrezzature in modo sostanzialmente autonomo, senza un reale inserimento nell’organizzazione della struttura, la responsabilità può ricadere soprattutto su di lui. In pratica, la semplice disponibilità di spazi e strumenti non basta, da sola, a creare un vincolo tale da far rispondere la struttura per ogni errore.

Questa prospettiva cambia l’approccio anche per le famiglie che cercano chiarezza dopo un evento grave. Non è detto che basti “fare causa all’ospedale” per ottenere risposte e tutela, soprattutto quando ci si trova davanti a modelli ibridi, ambulatori privati ospitati in cliniche, attività libero-professionali o contesti in cui il rapporto tra medico e struttura non è quello tipico di lavoro o collaborazione organizzata. In quei casi diventa fondamentale capire chi gestiva davvero il percorso, chi doveva garantire sicurezza e controlli, e quali erano i rapporti contrattuali e funzionali.

Alla fine, la domanda giusta non è “di chi è la colpa?” ma “che cosa ha causato davvero l’errore?”. Se la causa è una carenza organizzativa, allora il tema è la responsabilità della struttura e, ancora prima, la prevenzione. Se invece l’attività era svolta in piena autonomia, il quadro cambia e l’azione si indirizza diversamente. In entrambi i casi, uscire dagli slogan e ricostruire i fatti con precisione è l’unico modo per fare giustizia e, soprattutto, per evitare che la prossima storia locale inizi con le stesse identiche parole.