Terapia contro tubercolosi, lo studio dell’ISS

di Redazione 0

L’ISS, in collaborazione con l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (INMI)  Lazzaro Spallanzani ha scoperto una possibile terapia contro la tubercolosi, che fa leva sull’autofagia cellulare. Si tratta di un processo naturale in grado di riciclare materiale estraneo o non più utile che si accumula all’interno della cellula per sviluppare un vaccino contro il Mycobacterium tuberculosis (Mtb), il bacillo responsabile della tubercolosi nell’uomo.

Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista specializzata Autophagy. Gli esperti hanno monitorato il fenomeno dell’autofagia, un processo biologico che consente alle cellule di riciclare il proprio contenuto, con un ruolo fondamentale anche nell’induzione della risposta immunitaria, in cellule dendritiche umane infettate.

Come ha spiegato Eliana Coccia del Dipartimento Malattie Infettive Parasittarie e Immomediate dell’ISS:

I risultati di questo studio individuano negli induttori dell’autofagia, finora utilizzati in altri campi applicativi, come l’oncologia e i trapianti, una nuova classe di molecole con proprietà immunoadiuvanti in grado di potenziare la risposta del sistema immunitario verso un patogeno così complesso come Mtb.

Inizialmente, è stato osservato come nelle cellule dendritiche primarie umane, diversamente dagli altri sistemi cellulari fino ad oggi studiati, fosse presente un’intensa attività autofagica basale, che è associata alla funzione di presentazione dell’antigene peculiare in queste cellule.

La scoperta potrebbe segnare una svolta nella cura di questa malattia, che tutt’oggi resta una minaccia per la salute globale. Secondo le stime dell’ultimo rapporto dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), la tubercolosi colpisce ogni anno 8 milioni di persone in tutto il mondo.

Fino ad oggi, l’unico vaccino in uso per controllare la diffusione della malattia, è un ceppo attenuato di Mycobacterium bovis (BCG), tuttavia può offrire solo una protezione parziale dalla malattia. E’ in grado, infatti, di ridurre l’incidenza della tubercolosi cerebrale durante la prima infanzia, ma non nell’adolescenza e da adulti, con il rischio di sviluppare la forma predominante di tubercolosi, ovvero quella polmonare.

Via|ISS; Photo Credits|ThinkStock

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