Nuovi papà e nuove forme di educazione per i bimbi

di Redazione 0

Cambiano i pannolini,danno il biberon al pargolo, sono teneri e sen­sibili. Si alzano di notte quando i bambini piangono. E poi li ac­compagnano all’asilo, li fanno addormentare con le ninne nanne. In pratica sono una se­conda mamma. È questo il ritratto dei padri del terzo millenio. Uomini in grado di destreggiarsi, con le loro mano­ne, tra cremine e bagnetti meglio di come potrebbero fare le mamme più esperte. Una vera e propria rivoluzione quella dei nuovi papà: fino a pochi anni fa era impensabile per un maschio assolvere ai compiti tradizional­mente assegnati alle mamme.

Che cosa significa tutto ciò per il bambino? Se per il papà sono esperienze positive, quali conse­guenze comportano per i piccoli? Non sanno dire un «no» chiaro e tondo, non riescono a dare rego­le precise e certe. In sostanza, fi­niscono per accontentare in tutto e per  tutto i pargoli, assecondan­zelo nelle richieste di gioco e di aquisto. Attività che, purtroppo, quasi mai diventano vere e pro­prie esperienze di vita, elementi utili allo sviluppo cognitivo.

Perché è fondamentale che, so­prattutto a partire dal quarto anno di vita, i bimbi comincino a elaborare l’esistenza dei limiti che la realtà e la presenza di altre persone pongono. Confini che ri­guardano anche la consapevolez­za di differenze (adulto-bambino, maschio-femmina, bianco-nero) e l’accettazione di regole e divie­ti, fondamentali per lo sviluppo di valori che resteranno per il resto della vita.

Una serie di tappe della riorganizzazione interiore che, se manca, può causare confusione psichica, mancanza di desiderio e tentazioni regressive. I pedagogisti lo chiamano “codi­ce paterno”. È ciò che serve per accompagnare il bambino nel suo percorso verso l’autonomia, attraverso un incontro sempre meno mediato con la realtà. Lo aiuta ad affrontare la frustrazio­ne, l’incertezza, il conflitto, il dolore. Così che abbia la possibilità di «fare le prove» in un contesto progressivamente meno protetto, e strutturare la propria persona­lità arrivando così a vivere in modo autonomo il confronto con gli aspetti inevitabili della condizione umana.

Qualcuno lo definisce anche come una sorta di mappa regola­tiva del vivere. In ogni caso, la condizione necessa­ria perché il neopapà eserciti questo codice è la chia­rezza delle rego­le: quando sono evidenti e non am­bigue, diventano i limiti entro cui il bambino può muoversi, gli spazi di libertà consentiti. Il codi­ce paterno, quindi, non è da intendersi come una gabbia intorno alla libe­ra espressione del figlio, ma piuttosto un’offerta di libertà: all’interno delle regole può muoversi e decidere autonoma­mente, senza paure e ansie.

Il principale effetto collaterale del padre mammiz­zato, e in generale della fa­miglia troppo affettiva, è proprio un’insuf­ficiente rielaborazione delle educazioni ricevute. Con il risultato che, spesso, si ot­tengono comportamenti opposti e speculari a quelli esercitati. C’è un’altra caratteristica importante del codice paterno: la trasmissione degli interessi vitali, un insieme di inclinazioni, predisposizioni e passioni che definiscono le po­tenzialità evolutive.

Possono esprimersi nel lavoro, nello sport, nella socialità. È il papà che, co­struendo una casa sull’albero as­sieme al figlio, portandolo allo stadio, socializzando con gli amici, instilla nel bambino i suoi interessi vitali. Che prenderanno forma nella vita adulta. Tramontati definitivamente i vec­chi modelli paterni, resta da ca­pire quali sono quelli che verran­no. Al momento non ce ne sono di altrettanto chiari.

Fonte http://www.consumercare.bayer.it/ebbsc/export/sites/cc_it_internet/it/Sapere_and_Salute/articoli/Maggio_2010/11_Psiche.pdf

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