Dieta yo-yo: i responsabili sono due ormoni

Capita a tutti di mettersi a dieta, perdere peso ma poi, dopo un po’ di tempo, appena si abbassa la guardia, recuperare i chili persi fino all’ultimo, a volte anche con gli interessi. La condizione è ormai nota tanto da avere un suo nome proprio, la cosiddetta dieta yo-yo, e finora questa era stata attribuita un po’ alla pigrizia, un po’ alle diete sbagliate, o forse anche allo stile di vita frenetico che non ci consente di mangiare sempre in maniera sana.

Ora una nuova ricerca spagnola spiega che dietro questo meccanismo ci sono due ormoni, e che quindi la forza di volontà c’entra solo relativamente. I “candidati” a questa responsabilità sono la leptina e la grelina, la prima in alte concentrazioni nel sangue e la seconda in concentrazioni inferiori al normale. Secondo la ricerca pubblicata sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, questo tipo di dislivello può comportare il recupero di almeno il 10% dei chili persi entro due mesi.

La dieta yo-yo altera i geni dello stress

I topi stressati che in passato hanno seguito delle diete sono portati a mangiare più cibi ricchi di grassi rispetto a topi stressati che però non hanno mai seguito alcun tipo particolare di dieta. A stabilirlo è un nuovo studio pubblicato sul Journal of Neuroscience. I risultati suggeriscono che le diete moderate cambiano il modo in cui il cervello risponde allo stress e paradossalmente può portare chi segue una dieta ad un aumento di peso più facile.

In questo studio, ricercatori dell’Università della Pennsylvania, guidati da Tracy Bale, hanno esaminato i livelli ormonali e di comportamento dei topi con diete restrittive. Dopo tre settimane di un minor numero di kilojoule, i topi hanno perso dal 10 al 15% del loro peso corporeo, simile alla perdita di peso nella dieta umana.

Consigli sul sonno: come dormire bene riposandosi!

Sono calcolati in circa 6 milioni gli italiani che dormono meno ore del necessario, pur non sof­frendo di insonnia. Studi ameri­cani hanno dimostrato che in media, rispetto a 40 anni fa, ci concediamo 1 o 2 ore in meno di sonno. Quanto si dovrebbe dor­mire? La cosa è molto sogget­tiva, si calcola un range che va da 7 a 8 ore e 45. Come accor­gersi? Provate col mini-test pro­posto dal Centro di salute del sonno di Boston. Se vi addor­mentate appena mettete la testa sul cuscino, in luogo dei cano­nici 15′ è un segnale inequivoca­bile, così come se vi accorgete di preferire dormire invece di fare sesso.

 Le conseguenze imme­diate di questa mancanza di sonno, oltre ad un’attenzione ri­dotta durante la giornata, possono essere più serie di quanto si immagini; aumento dell’appe­tito, tendenza a sviluppare dia­bete, obesità e depressione sono i rischi che si prospettano a lunga scadenza. Si è visto che chi dorme poco produce meno lep­tina, l’ormone che comunica al cervello il senso di sazietà, e più grelina, l’ormone collegato allo stimolo dell’appetito.

Senza con­tare le ripercussioni sull’umore e lo stress, che dipende dal livello di cortisolo. Per colmare la man­canza di sonno non serve, anzi è controproducente, fare delle lun­ghe dormite (in gergo sleep buf­fet); la “rieducazione” va fatta per gradi, rinunciando mano a mano a qualcosa e recuperando minuti preziosi. Esiste anche una hit pa­rade dei dormitori: quelli “brevi“, ai quali sono sufficienti 4-5 ore per notte. i “medi“che arrivano al massimo a 7 ore ed i “lungo-dor­mitori” che possono arrivare anche a 9-10 ore.