Sindrome di down, dalla genetica una possibile cura

Si potrà mai curare la sindrome di Down? O meglio, sarà possibile prevenire la nascita di bambini affetti da questa patologia che comporta disabilità cognitive, malattie cardiovascolari e particolarità fisiche? Da anni gli scienziati cercano una soluzione a questo problema che finalmente sembra essere arrivata, almeno come input iniziale per ulteriori percorsi scientifici, dall’americana Massachusetts Medical School: nel corso di una ricerca, i cui risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Nature, gli studiosi sono riusciti a disattivare, in vitro, la terza coppia di cromosomi (quella in più) da staminali di paziente affetto da sindrome di down. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Sangue artificiale: eseguita la prima trasfusione

Uno slogan che sentiamo spesso quando si parla di donare il sangue è che non importa a quale gruppo appartenga il vostro, perché di sangue ce n’è sempre bisogno. Per questo da anni la scienza prova in tutti i modi di produrre del sangue artificiale, ed ora pare esserci riuscita. All’Università Pierre e Marie Curie di Parigi i ricercatori sono riusciti ad effettuare la prima trasfusione di sangue artificiale della storia.

Rene artificiale: il primo da staminali prelevate da liquido amniotico

Per la prima volta viene creato in laboratorio un rene artificiale grazie all’utilizzo di cellule staminali, in particolare prelevate da liquido amniotico umano. Ancora un passo avanti concreto nell’utilizzo di queste cellule in campo di medicina rigenerativa: artefice del lavoro l’equipe guidata dal professor Jamie Davies dell’Università di Edinburgo in Scozia. I risultati di questa preziosa ricerca sono in pubblicazione, ma ormai la fase più complessa del percorso è stata portata a termine:

“Abbiamo compiuto notevoli progressi per avere in vitro qualcosa di simile alla struttura complessa di un rene fetale. Ora la speranza è quella che, una volta impiantato in un essere umano, l’organo possa svilupparsi autonomamente per svolgere le funzioni del rene malato.”

Staminali: anche l’Italia all’avanguardia negli studi scientifici

Anche l’Italia, insieme agli Stati Uniti è all’avanguardia nella ricerca circa le cellule staminali e la cura delle malattie degenerative. La notizia dell’occhio giapponese creato in laboratorio da cellule staminali ha fatto il giro del mondo in poco tempo, ma il Prof. Giuseppe Simoni, genetista e Direttore Scientifico del Biocell Center (primo centro al mondo specializzato nella conservazione delle staminali da liquido amniotico) ci tiene ad evidenziare quanto segue:

Staminali: grazie a loro sarà possibile produrre sangue sintetico

Uno dei problemi maggiori negli ospedali, ma anche durante le guerre, è che quando c’è da fare una operazione chirurgica, o semplicemente per salvare la vita ad una persona che ha subito un’emorragia, c’è bisogno sempre di svariati litri di sangue fresco che non è sempre disponibile.

Per evitare problemi di rigetto, bisogna trovare un donatore che abbia lo stesso gruppo sanguigno del paziente, oppure il gruppo 0 negativo, quello universale che va bene con ogni tipo, ma che è piuttosto raro (circa il 7% della popolazione mondiale). Senza contare che, soprattutto in casi di emergenza, non si fanno tanti controlli sul donatore, e quindi una trasfusione potrebbe trasmettere malattie di cui si ignora l’esistenza, o che semplicemente non si dichiarano, come l’Aids. Per questo gli scienziati britannici hanno trovato il modo per produrre sangue del gruppo 0 negativo in maniera artificiale.

Cellule della pelle adulte tornano bambine, un altro miracolo della scienza

Far tornare giovani le cellule adulte. Anche di questo è capace la scienza. Stavolta senza interpellare virus pericolosi, ma impiegando un cocktail di geni trasportato grazie a navette molecolari fino alle cellule adulte, trasformandole in staminali pluripotenti.

Queste le straordinarie implicazioni di due studi, uno inglese, uno canadese, pubblicati entrambi sulla rivista di divulgazione scientifica Nature. Le cellule bambine in realtà erano già state ottenute nel 2006: si tratta delle cosiddette Ips (cellule pluripotenti indotte), staminali ricavate senza utilizzare gli embrioni, per intenderci, bensì generate da cellule adulte tramite l’uso di virus che venivano impiegati come navetta per trasportare fino alla cellula i fattori di riprogrammazione.

Trapianto di cornea, tra Grande Fratello e speranze

Grande Fratello. Che c’entra, direte giustamente voi. C’entra, perchè quest’anno la Casa più famosa e più spiata d’Italia ospita Gerry. Gerry è cieco Gerry è un trentunenne di Locri, non vedente che lavora a Fiumicino in aeroporto nell’area del trasporto dei disabili.: non vede dalla nascita, a causa di un glaucoma, malattia che porta danni al nervo ottico, e che, se non curata in modo pertinente, può portare alla cecità.

La storia di Gerry è ormai nota ai più: piccolo, a soli sette mesi, è stato sottoposto al primo intervento per la vista. Un anno dopo, ne aveva già subiti 14. Fino al trapianto di cornea, appunto, avvenuto nel settembre del 2007. Il suo volto è ancora segnato da quell’operazione.

L’Oscar 2008 della scienza va alla riprogrammazione delle cellule adulte

Dal prossimo anno per i malati di Alzheimer, Parkinson e tutte le altre condizioni degenerative, ci saranno speranze di guarigione. Lo assicurano alcuni scienziati americani premiati quest’anno con il breakthrough of the year, il premio che ogni anno l’autorevole rivista Science assegna alle migliori scoperte scientifiche degli ultimi 365 giorni.

La ricerca consiste nel riprogrammare le cellule adulte, facendole ritornare “bambine”, senza intaccarne le potenzialità. Le linee cellulari regrediscono in staminali, al fine di combattere le malattie ancora oggi non sconfitte, ed in larga parte non comprese, che prevedono un deterioramento delle cellule, non solo del cervello. Il vantaggio principale è, in questo periodo in cui la bioetica è al centro dell’attenzione, che non ci sono questioni morali da sollevare, in quanto non viene intaccato l’embrione, ma si tratta di una semplice “riprogrammazione”, come in un computer, delle cellule del paziente malato. I primi esperimenti sono già partiti e i risultati sono incoraggianti.

Ictus, scoperto interruttore che autocura

La riabilitazione dopo un ictus è un processo spesso lento e difficoltoso e non sempre avviene con successo, garantendo il pieno ripristino delle capacità motorie. Una nuova ricerca potrebbe aver trovato una soluzione per accelerare il cammino verso la guarigione, grazie ad un semplice interruttore presente nel cervello che provvede, se attivato, ad una sorta di autocura.

A compiere la straordinaria scoperta un gruppo di ricercatori italiani coordinato da Maria Pia Abbracchio, del Dipartimento di Scienze Farmacologiche dell’ Università di Milano e da Mauro Cimino dell’Università di Urbino.
Il recettore individuato dagli studiosi, responsabile dell’avvio del processo di guarigione, si chiama GPR17 e se stimolato costruisce nuove cellule nervose che andranno a sostituire quelle danneggiate.