Variante Omicron, cosa sappiamo delle sue origini?

di Valentina Cervelli 0

Cosa sappiamo della variante Omicron e delle sue origini? Al momento non moltissimo: si tratta più che altro di supposizioni che provengono da una conoscenza parziale e in continua evoluzione. In questo caso sono potenzialmente due le ipotesi che sono state formulate finora.

Due le ipotesi sull’origine della variante Omicron

È importante comprendere che di questo virus sappiamo ancora molto poco se si compara quel che è stato possibile rilevare sulla Covid-19 rispetto ad altre patologie che studiamo da decenni. Fino a qualche tempo fa la maggior parte degli studiosi pensava che nuove varianti di Coronavirus sarebbero potute nascere dalla Delta e che con molta difficoltà ne sarebbe arrivata una totalmente nuova. Adesso con Omicron arriva la smentita: la nuova variante e le sue 32 mutazioni sulla proteina spike sembrano essere provenienti da una evoluzione indipendente.

E viene da chiedersi se l’insufficiente copertura vaccinale di alcuni paesi possa spiegare la sua nascita o se in realtà la sua origine sia più complicata di così. Come già anticipato al momento le evidenze fino a ora raccolte porterebbero alla formazione di due ipotesi: la prima chiama in causa una evoluzione parallela e silenziosa risalente a metà del 2020 prima ancora dell’individuazione delle varianti Alpha e Delta mentre la seconda riguarda un “doppio salto di specie”, una zoonosi inversa per la quale il virus della Covid-19 sarebbe passato dall’uomo all’animale e poi nuovamente all’uomo.

Evoluzione parallela o zoonosi inversa?

La prima ipotesi, quella dell’evoluzione parallela, è condivisa da molti all’interno della comunità scientifica anche se ci si chiede come sia possibile che sia rimasta “coperta” per così tanto tempo: in questo caso la “colpa” sarebbe della scarsa capacità di sequenziamento del genoma virale nei paesi africani. Un’opzione presa in considerazione legata a questa ipotesi è che la nuova variante si sia evoluta in un malato cronico di covid, le cui difese immunitarie erano compromesse da uso di farmaci o da un’altra malattia: una possibilità verso la quale alcuni sono scettici per via della difficoltà generale di virus mutati in tal senso alla sopravvivenza “nel mondo reale“.

Per quel che riguarda la zoonosi inversa si parla di una ipotesi “perfettamente plausibile“, secondo Kristian Andersen, ricercatore allo Scripps Research Institute (California) una volta analizzato il genoma della variante Omicron. Quel che è certo, a ogni modo, è che servirà del tempo per comprendere le vere origini della variante e quello che sarà l’effetto sull’uomo, vaccinato o meno e che per tale ragione la popolazione deve continuare a fare attenzione e vaccinarsi.

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