Raffreddore, dormi che ti passa!

di Redazione 0

Per chi ama dedicare al riposo notturno anche dieci ore a notte, e mi includo in questa categoria, è proprio il caso di dire che si possono dormire sonni tranquilli. Ma anche nove, otto ore, vanno bene. E’ al di sotto delle sette che iniziano i problemi. Pare infatti che esista una relazione tra scarso numero di ore di sonno e l’incidenza e la virulenza con cui colpisce il tanto fastidioso mal di stagione, il raffreddore.

Le sindromi da raffreddamento, secondo quanto scoperto da un team di studiosi della Carnegie University, colpiscono maggiormente le persone che dormono poco, includendo in questa fascia i soggetti che riposano meno di sette ore a notte. I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 153 uomini e donne con un’età media di 37 anni e in buona salute, in un periodo di tempo compreso tra il 2000 e il 2004.

Al campione di volontari è stato iniettato il rinovirus tramite gocce nasali, somministrando altresì un questionario sulle abitudini legate al sonno di ciascuno relative alle ultime due settimane. Nei cinque giorni successivi all’iniezione del virus, gli studiosi hanno osservato l’eventuale insorgenza del raffreddore e, dopo un ulteriore periodo di 28 giorni, i pazienti sono stati sottoposti ad analisi del sangue specifiche per osservare la comparsa o meno di anticorpi prodotti dall’organismo contro il rinovirus.

Il confronto tra i dati relativi alle ore e alla qualità del sonno e i risultati degli esami diagnostici ha rivelato una correlazione tra riposo e sistema immunitario efficiente. I soggetti che dormivano più di sette ore a notte avevano infatti meno rischi di ammalarsi di raffreddore, esattamente chi dorme poco ha il triplo delle probabilità in più di raffreddarsi. Dormire bene e a sufficienza aiuta, dunque, il nostro sistema immunitario a reagire ai virus.
Una nota a parte merita la qualità del sonno. Niente riposini sul divano o pisolini sui libri: ad avere maggiori benefici erano i soggetti che dormivano comodi comodi nel loro letto. I risultati dettagliati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista di divulgazione scientifica Archives of Internal Medicine.

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