Ebola e Hantavirus: due malattie che stanno destando preoccupazione a livello globale. La ragione: due varianti di difficile gestione. Cosa sta succedendo?

Problemi della diagnosi del focolaio di Ebola
Negli ultimi giorni l’attenzione delle autorità sanitarie internazionali si è concentrata su due situazioni differenti ma accomunate da un elemento chiave. Ovvero la necessità di monitorare con attenzione i contatti e i pazienti anche quando i primi test risultano negativi.
Da una parte c’è il nuovo focolaio di Ebola causato dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda, dall’altra il monitoraggio dei casi di Hantavirus Andes, il raro ceppo che può trasmettersi anche tra esseri umani.
Per quanto riguarda Ebola Bundibugyo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che il virus si diffonde attraverso il contatto diretto con sangue, secrezioni e fluidi corporei di persone infette o decedute. Non si tratta quindi di un virus che si trasmette facilmente per via aerea come l’influenza.
Tuttavia, il problema principale resta la rapidità con cui può propagarsi in contesti sanitari fragili, soprattutto quando mancano protezioni adeguate e quando i pazienti vengono assistiti in famiglia. Secondo i dati diffusi dall’Oms, il focolaio individuato a maggio 2026 avrebbe già coinvolto centinaia di casi sospetti e decine di morti.
Le autorità hanno spiegato che la trasmissione è stata favorita da un ritardo di circa quattro settimane nell’identificazione del virus. Durante quel periodo molti malati sono stati curati senza sapere che si trattasse di Ebola, aumentando così i contatti a rischio.
Periodo di incubazione elemento chiave

Uno degli aspetti più importanti riguarda il periodo di incubazione. Per la variante Bundibugyo può durare da 2 a 21 giorni. Questo significa che una persona esposta al virus potrebbe risultare negativa ai test nelle prime fasi ma sviluppare i sintomi successivamente. Per questo motivo i contatti stretti vengono monitorati quotidianamente fino a tre settimane dopo l’ultima esposizione.
L’Oms ha sottolineato inoltre che i soggetti non sono considerati contagiosi prima della comparsa dei sintomi, ma il controllo resta fondamentale proprio perché i primi segnali della malattia possono essere confusi con febbre, influenza o altre infezioni comuni.
Una situazione simile riguarda l’Hantavirus Andes. A differenza della maggior parte degli hantavirus, trasmessi quasi esclusivamente dai roditori, il ceppo Andes può passare anche da persona a persona in caso di contatti molto stretti e prolungati. Le autorità sanitarie stanno quindi insistendo sulla necessità di osservare per settimane i soggetti esposti, anche se inizialmente negativi ai test. Il motivo è legato al lungo periodo di incubazione, che può arrivare fino a quattro o cinque settimane.
Durante questa fase il virus potrebbe non essere ancora rilevabile con certezza attraverso PCR o esami sierologici. Di conseguenza un test negativo nei primi giorni non basta per escludere del tutto l’infezione. È proprio per questo che gli specialisti parlano di “sorveglianza prolungata”, cioè controlli continui fino al termine massimo dell’incubazione stimata.