Salute sul lavoro? Sempre più… precaria!


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Negli ultimi quindici anni il numero dei lavoratori interinali, autonomi o a progetto, ha subito un incremento considerevole, dieci volte superiore a quello della crescita complessiva della popolazione impiegata.

Soltanto nel 2005 i precari rappresentavano un terzo della forza lavoro totale, contando circa 43 milioni di persone. I lavoratori a tempo determinato sono in massima parte bianchi, dai 25 anni su, in prevalenza donne.

Più sicurezza e prevenzione al lavoro per chi lavora con videoterminali

Ovunque negli uffici e in svariati ambienti di lavoro si lavora con i videoterminali (VDT), cioè con computer e video di altro genere. E’ da tempo ormai, da quando il computer ha iniziato ad invadere dapprima le case, gli uffici, poi le pubbliche amministrazioni, che si diffondono consigli utili sulle corrette posizioni da assumere davanti al pc, sugli stratagemmi utili per ridurre al massimo le radiazioni che assorbiamo da questi apparecchi e altre furbizie per mantenere il più a lungo possibile una buona vista.

Ma una regolamentazione effettiva per chi usa il videoterminale (VDT) al lavoro c’era già, ma solo adesso diventa un obbligo ben definito. Si tratta del decreto legislativo 626/94 che indicava come lavorare correttamente al VDT. Tale decreto era stato emanato in attuazione alla direttiva europea, ed è l’Agenzia Europea per la Salute e al Sicurezza sul Lavoro (EAHSW) che si occupa di monitorare periodicamente il rispetto di queste disposizioni. Secondo la normativa è videoterminalista chi “lavora in modo sistematico ed abituale per almeno 20 ore settimanali” davanti al VDT.

Tecnostressati italiani, unitevi! Nasce il network per i videodipendenti

Diciamoci la verità: il computer ci ha rivoluzionato la vita, molto più della televisione. Prima in ufficio avevamo a che fare con montagne di scartoffie noiose, ora abbiamo davanti uno schermo con documenti digitali, cartelle ordinate con un click, e uno sfondo caraibico che ci fa sognare le vacanze.

E tra una pausa e l’altra, non ci alziamo nemmeno più dalla scrivania, ma ne approfittiamo per controllare la posta personale, per mandare quella mail a quell’amico che rimandavamo da tanto, per acquistare un regalo su e-bay, per videotelefonare su Skype. Ma insomma, ci alziamo più dalla sedia?
E anche a casa, appena rientrati, il primo pensiero è correre ad accendere il computer, per chi non lo lasciasse già acceso, per evitare di perdere tempo!

Non ne posso più di lavorare! La Sindrome del burnout nelle professioni d’aiuto

La Sindrome del burnout è uno stato di sofferenza psichica che interessa quasi esclusivamente gli operatori del terziario sociale, ovvero tutte quelle professioni nelle quali il rapporto operatore-utente rappresenta un elemento centrale per lo svolgimento del lavoro. Ad essere interessati da questo fenomeno sono dunque gli ambiti lavorativi nei quali gli operatori sono costantemente in contatto con l’utenza e devono provvedere alle esigenze di ogni singolo individuo. E’ il caso di medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, ma anche insegnanti, per citare solo alcune delle categorie professionali coinvolte.

La persona affetta da burnout sperimenta uno stato di disagio legato allo svolgimento della propria attività professionale che comincia ad essere vissuta unicamente come fonte di stress. Questo induce ad una progressiva perdita di interesse e di concentrazione e ad un atteggiamento freddo e distaccato cui si aggiunge la sensazione sgradevole di non svolgere il proprio lavoro in maniera adeguata.