Alzheimer, prevenzione con la corsa

Si può prevenire l’Alzheimer correndo? Uno studio condotto dai ricercatori statunitensi dell’Università del Kentucky evidenzia i benefici della corsa sul cervello: questo tipo di attività fisica infatti sarebbe in grado di contribuire alla formazione di nuove cellule cerebrali, importanti per allontanare l’avvento di una serie di malattie legate al sistema neurologico.

La gravidanza modifica il cervello delle donne?

La gravidanza non modifica solo il corpo delle donne ma anche il loro cervello che non tornerà più quello della pre-maternità. E’ questo il risultato di uno studio condotto da alcuni ricercatori  canadesi che hanno individuato nell’aumento degli estrogeni femminili la causa del cambiamento del cervello nelle future mamme.

Nobel Medicina agli scopritori del Gps del cervello

John O’Keefe, May Britt e Edvard Moser: sono loro ad aggiudicarsi il Premio Nobel per la Medicina grazie alla scoperta di quello che è stato ribattezzato il Gps del Cervello ovvero un insieme di cellule che permettono al cervello umano di immagazzinare un certo tipo di informazioni e riutilizzarle al momento più opportuno.

Abusi sui minori lasciano un segno fisico nel cervello

Una nuova scoperta effettuata presso l’Università di Harvard potrebbe cambiare il modo di diagnosticare, e di conseguenza forse anche curare, i traumi subiti dai bambini su cui vengono perpetrati degli abusi. Secondo quanto riferisce Martin Teicher, a capo della ricerca, quando un bambino subisce degli abusi fisici subisce un rimpicciolimento di una parte dell’ippocampo, un pezzo importante del cervello che spiegherebbe come mai queste persone, crescendo, manifestino problemi ad esempio con l’apprendimento, disturbi psichiatrici, dipendenza dalle droghe o dall’alcool o altri problemi collegati.

Depressione, luce fioca di notte compromette equilibrio

Lasciare la luce accesa di notte potrebbe non essere una buona idea per quanti soffrono o sono a rischio di depressione. Precedenti studi sui topi avevano appurato un rischio di sindromi depressive e di sovrappeso più alto nelle cavie esposte a forti fonti luminose durante le ore notturne.  A confermare la relazione è un recente studio effettuato da un’équipe di ricercatori afferente alla Ohio State University, presentato in questi giorni nell’ambito del meeting annuale dell’American Society for Neuroscience, svoltosi a San Diego, in California (USA).

La ricerca, effettuata sui criceti siberiani, ha scoperto come anche una luce molto fioca, come quelle utilizzate per non far dormire al buio i bambini e tranquillizzarli, è capace di alterare l’equilibrio chimico e la struttura del cervello. Sembra inverosimile che una piccolissima lampadina che emana un debole e pallido chiarore che basta appena a squarciare l’oscurità di un fragile bagliore, possa fare tanto, eppure è così.

Il movimento oculare rivela i ricordi

Gli scienziati potrebbero aver scoperto un modo per raccogliere informazioni sui ricordi immagazzinati seguendo le tracce dei percorsi dei movimenti degli occhi, anche quando un individuo non è in grado (o forse addirittura non vuole) riferire ciò che ricorda. La ricerca, pubblicata sulla rivista Neuron, fornisce una visione interessante sul rapporto tra l’attività nell’ippocampo, movimenti oculari, e sul conscio e l’inconscio della memoria.

L’ippocampo è una regione del cervello critica per il ricordo cosciente di eventi passati, ma il ruolo esatto di questo spazio di memoria rimane controverso. Secondo una teoria, anche se non si riesce a recuperare la memoria, l’ippocampo potrebbe ancora supportare le espressioni della memoria relazionale (ad esempio, la memoria per la co-presenza di elementi nel contesto di una scena o un evento), quando alcuni metodi sensibili e indiretti vengono utilizzati.

Per verificare questa teoria, le dottoresse Deborah Hannula e Charan Ranganath, del Centro di Neuroscienze presso l’Università di California, hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale per esaminare l’attività del cervello mentre cercava di ricordare il viso precedentemente studiato. Durante la scansione, ai partecipanti all’esperimento venivano mostrate tre scene con tre volti diversi, e poi gli veniva chiesto di individuare il volto che era stato associato con ogni scena. I movimenti oculari sono stati monitorati durante l’operazione e hanno fornito una misura indiretta della memoria.

L’attività fisica migliora la memoria

“Mens sana in corpore sano” dicevano i latini, e non avevano tutti i torti. Quando si parla di ippocampo, una struttura cerebrale fondamentale per alcuni tipi di memoria, le dimensioni contano. Numerosi studi hanno dimostrato che più grande l’ippocampo e di solito è migliore la memoria. Ora i ricercatori hanno scoperto che gli adulti che sono più fisicamente sani tendono ad avere la zona dell’ippocampo più sviluppata di circa il 40% rispetto a coloro che sono meno in forma.

Alcune attività sono adatte a modificare le dimensioni dell’ippocampo nell’uomo. Ad esempio, uno studio sui tassisti di Londra ha rilevato che la loro parte posteriore dell’ippocampo è più grande rispetto alla norma. E uno studio tedesco fatto da studenti di medicina ha constatato che la stessa regione è aumentata in termini di dimensioni nel periodo in cui essi studiavano per gli esami finali.

L’Alzheimer si può prevenire grazie alle proteine animali

Perdita di memoria, deficit cognitivo, degenerazione delle cellule del cervello e delle cellule morte, sono state impedite o invertite in diversi modelli animali, dopo il trattamento con una proteina chiamata “fattore neutrofico naturale del cervello” (BDNF). Lo studio dell’Università di San Diego, California, pubblicato ieri su Nature Medicine, dimostra che il BDNF è potenzialmente in grado di fornire un trattamento di lunga durata per il rallentamento, o addirittura l’arresto della progressione del morbo di Alzheimer nei modelli animali.

“Gli effetti del BDNF sono potenti”, ha dichiarato Mark Tuszynski, professore di neuroscienze presso la Facoltà di Medicina dell’Università californiana, e neurologo presso il Veterans Affairs Health System di San Diego.

Quando abbiamo somministrato BDNF nei circuiti di memoria nel cervello, ha stimolato direttamente le loro attività e ha impedito la morte cellulare della malattia di base.

BDNF è normalmente prodotto durante tutta la vita nella corteccia entorinale, una parte del cervello che supporta la memoria. La sua produzione diminuisce in presenza del morbo di Alzheimer. Per questi esperimenti, i ricercatori hanno iniettato il gene BDNF in una serie di colture cellulari e modelli animali, tra cui qualche topo transgenico affetto dall’Alzheimer, ma anche scimmie Rhesus, ratti e topi con danni indotti alla corteccia entorinale.

Sviluppare la memoria per rimanere giovani: qualche esercizio per ricordare meglio

Oggi che la tecnologia mette a nostra disposizione memorie virtuali di ogni tipo, da quella del cellulare all’enorme mole di dati che è possibile immagazzinare sul personal computer e sulle chiavi usb, agli itinerari stradali suggeriti dai navigatori gps, sembra diventato inutile usare la nostra di memoria.
Conosco molte persone che non sono in grado di ricordare neanche il proprio numero di telefono.

In realtà la memoria umana va sviluppata ed allenata, anche oggi che sembra superflua,perchè serve a rafforzare il cervello e a mantenersi giovani.
La memoria è strettamente legata all’intelligenza ed alla creatività, ed il suo incremento conduce alla possibilità di accedere più velocemente alle informazioni, e di effettuare un maggior numero di associazioni mentali.