Trapianto di fegato: una nuova immunoglobulina post-operatoria

La ricerca medica ha fatto un nuovo passo avanti che riguarda la qualità della vita dei trapiantati di fegato. Si tratta di una nuova immunoglobulina capace di prevenire la reinfezione dell’Hbv (virus dell’epatite B) in pazienti sottoposti a trapianto di fegato per insufficienza epatica provocata dal virus stesso. Per spiegarvene l’importanza occorre fare un passo indietro.

Solo in Italia, lo scorso anno sono stati effettuati 1.061 trapianti di fegato: un terzo del totale di tutti i trapianti (qui un approfondimento). La lista d’attesa è di circa 2 anni e non tutti ce la fanno ad aspettare (il 5,4% di loro, muore). L’infezione da epatite virale B è la terza causa di trapianto di fegato, dopo l’epatite c e l’epatocarcinoma (che comunque può essere conseguenza degli stessi virus): ve ne abbiamo già parlato di recente.  

Come curarsi quando si ha la febbre

Dolori alle articolazioni, malessere generale, stanchezza. La prima cosa che si fa, quando compaiono questi sintomi, è appoggiare un termometro sotto l’ascella. Si aspetta qualche minuto e si ha un’idea della temperatura corporea. Se la colonnina di mercurio è salita sopra i fatidici 37 gradi è febbre. La cosa più naturale da fare è infilarsi nel letto e coprirsi. Ma siamo sicuri che coprirsi bene stando a letto sia la cosa più giusta da fare? No, in­fatti, quando la temperatura del corpo aumenta non bisogna coprirsi più di tanto. Per arginare la febbre è meglio alleggerire il vestiario, soprattutto se si tratta di neonati che non dispongono ancora di un adeguato sistema di termoregolazione. E se non se ne va nemmeno con i farmaci antipiretici è bene applicare bende, imbevute  con acqua ghiacciata sulla fronte.

L’aumento della temperatura corporea non è una malattia in sé: è un sintomo, cioè il segnale che qualche cosa non va nell’or­ganismo. Di solito è la reazione a uno stato infiammatorio, cioè una complessa serie di reazioni che rappresenta il meccanismo di difesa verso le infezioni. Un organismo sano riesce a mantenere la propria temperatu­ra tra i 36 e i 37,2 gradi anche quando fuori fa molto caldo o molto freddo. Di solito, si parla di rialzo termico quando la temperatura è superiore a 37,2 gradi e di febbre vera e propria quando sale sopra i 38 gradi. A tal proposito è opportuno sotto­lineare che questi parametri val­gono se la si misura sotto le ascelle. Quando si usa un termometro rettale, invece, bisogna conside­rare che in questa sede la temperatura è naturalmente più calda di circa 0,5 gradi. Spesso poi la febbre non viaggia da sola. La sua comparsa viene annunciata da altri sintomi, come una sensazione di freddo, a volte con brividi più o meno in­tensi, debolezza e malessere, mal di testa, dolori articolari, nausea.

Nella maggior parte dei casi, a provocarla è un’infezione vira­le (la classica influenza) ma pos­sono essere anche batteri e parassiti. Detto ciò, però, è bene precisare che la febbre, soprattutto se ele­vata, va curata perché può nuo­cere all’organismo. Infatti, lo sot­topone a una notevole sollecitazione e comporta un grande dispendio di energie e di liquidi. La prima cosa da fare, a tal pro­posito, è introdurre liquidi in ab­bondanza. Acqua, ma anche succhi di frutta, té, tisane, brodo.

Medicinali: quali tenere in casa e come conservarli

Ho trovato un depliant in farmacia, con preziosi consigli sui farmaci da tenere in casa e voglio condividerlo con voi. Nel nostro armadietto dei medicinali praticamente c’è di tutto. Dagli avanzi di vecchie terapie a prodotti comprati e mai utilizzati: pomate, pillole e sciroppi. Tutti nello stesso sportello, magari nel bagno.

Spesso è un errore, perché in genere si tratta della stanza più umida della casa. La maggior parte dei medicinali va infatti conservata in un ambiente secco, ad una temperatura compresa tra i 15 ed i 22°C. Altri vanno invece in frigorifero.

Parto indolore, è polemica sull’uso degli oppiacei

Dal 2006 presso l’Ospedale Careggi di Firenze hanno partorito senza dolore più di mille donne con una tecnica sperimentale alternativa all’epidurale. La metodica prevede l’utilizzo del Remifentanil, un farmaco appartenente alla famiglia degli oppiacei somministrato per endovena. I dati di questa sperimentazione sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale di settore “Anesthesia&Analgesia”. La Dott.ssa Anna Maria Meloni responsabile del Reparto di anestesia del dipartimento materno-infantile del nosocomio, è il medico che applica questa tecnica e ne garantisce l’innocuità, l’efficacia e la funzionalità: l’ha utilizzata anche sulla figlia.

Esistono dei casi in cui l’anestesia epidurale è controindicata (allergia al farmaco, problemi alla colonna vertebrale, disturbi della coagulazione sanguigna) ed in questi casi, secondo la Dott.sa Meloni è possibile ricorrere al Remifentanil, usato solitamente negli interventi di chirurgia.  Ma la Società Italiana di Anestesia e Rianimazione lancia l’allarme.

Antibiotico-resistenza in ospedale: un nuovo progetto europeo

Saturn è il nome di un nuovo progetto internazionale rivolto all’antibiotico-resistenza. Voluto e finanziato dalla Comunità Europea con circa 7 milioni di euro, si occuperà di prevenzione delle infezioni ospedaliere. In particolare studierà l’impatto dell’esposizione antibiotica sullo sviluppo di infezioni resistenti nei pazienti ospedalizzati e combinerà le ricerche in campo microbiologico, clinico, epidemiologico e farmacologico.

Lo studio coinvolgerà 12 centri di eccellenza ospedaliera  del Vecchio Continente. Per l’Italia interverrà l’Istituto di Clinica delle Malattie infettive dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma con i professori Roberto Cauda ed Evelina Tacconelli.

Antibiotici uso ed abuso

Antibiotici: gli italiani ne fanno un consumo esagerato. Sono al primo posto in Europa nell’impiego di farmaci, primato non certo positivo.  Secondo l’ultimo rapporto dell’Eurobarometro il 57% degli italiani, ha dichiarato di aver usato antibiotici almeno una volta nell’ultimo anno. Dopo di noi la Spagna (53%), la Romania (51%), l’Irlanda (45%), Francia e Inghilterra, rispettivamente al 42%. Mentre i più virtuosi sono sicuramente Svezia (22%), Germania (28%), Grecia (34%) e Portogallo (33%).

 La media è intorno al 40% comunque troppo alta. Ma quali sono i rischi correlati a questo abuso? In genere l’antibiotico è un farmaco prezioso: un’arma decisiva per combattere batteri più o meno aggressivi o pericolosi per la vita. I batteri sono però degli organismi “furbi”, si modificano: hanno la capacità di alzare barriere protettive contro il nemico: diventano antibiotico-resistenti!

Vacanze, i farmaci da portare

 

Vacanze di Pasqua: tutto è pronto mancano solo le valigie. E’ opportuno portarsi anche dei medicinali, per pura scaramanzia. Ma cosa non bisogna dimenticare? Di certo non tutto il mobiletto. Allora vediamo: intanto se stiamo seguendo una qualsiasi terapia dobbiamo ricordarci di quella.

Mi riferisco anche alla pillola anticoncezionale…Può essere difficile ottenerla senza una prescrizione medica. In seconda battuta dobbiamo prendere i soliti fondamentali: antidolorifici, antifebbrili ed un antistaminico. In genere sono farmaci da banco, vendibili quindi senza la ricetta del medico, ma interrompere i pochi giorni di relax per andare a comprarli, non è proprio il caso.

ZYBAN, GlaxoSmithKline (Bupropione)

ZYBAN, GlaxoSmithKline

CATEGORIA: Farmaci antidepressivo aminochetonica.

FORMA FARMACEUTICA: Compresse a rilascio prolungato, con la scritta GX CH7 impressa su un lato.

PRINCIPI ATTIVI: Buproprione

INDICAZIONI: Il medicinale è indicato per smettere l’ abitudine al fumo e deve essere impiegato in associazione ad un supporto motivazionale in pazienti nicotino-dipendenti o un’adeguata terapia. Il trattamento deve avvenire per circa 7/9 settimane e può essere interrotto gradualmente. E’ consigliato assumere Zyban e stabilire una data precisa per la cessazione dell’abitudine al fumo. La dose di 150mg deve essere assunta due volte al giorno dietro controllo medico e deve essere dimezzata nei pazienti anziani o con insufficienza epatica e renale.

Disagio psicologico ad Hong Kong

Hong Kong, i teenager hanno iniziato a soffrire di anoressia do­po che gli esperti occidentali hanno cominciato a enfatizzare la loro magrez­za. Ma il caso più eclatan­te à quello del Giappone: prima deL 2000 l’idea di depressione come malat­tia non esisteva. I sintomi meno gravi venivano visti come “malumori” da ac­cettare perché fortificava­no il carattere. Poi la GLa­xoSmithKline, con un la­voro di campagne e studi scientifici, sarebbe riuscita a piegare la resistenza culturale nipponica e nel giro di pochi anni, le vendite dell’antidepressivo Paxil, sono aumentate in modo vertiginoso (un miliardo di dollari nel 2008).

Colpa della globa­lizzazione che influenza anche il territorio psicologico? È la tesi del libro Crazy Like Us, scritto dal giornalista americano Ethan Watters: sostiene che il diffondersi di al­cuni disturbi psichici sarebbe legato agli interessi delle case farmaceutiche. Watters poi va oltre. affermando che il disagio mentale cambia a seconda delle zone, perché legato alla cultura di ogni paese. Fantapsicologia? Sostiene Ferdinando Pellegrino, psichiatra alla Asl di Salerno

Aspirina e i suoi primi 110 anni!

Non sono poche da spegnere, centodieci candeline. Eppure una piccola molecola ce l’ha fatta: l’acido acetilsalicilico, più noto con il nome di Aspirina, ha raggiunto la veneranda età in piena salute. A partire dal 1899, anno in cui fa la sua prima comparsa sugli scaffali della farmacia, ha attraversato il Novecento accumulando un successo dietro l’altro. Da antidolorifico, la sua prima indicazione, ad antiaggregante piastrinico in grado di prevenire infarto e ictus, a molecola potenzialmente utile nella prevenzione e nel trattamento di certi tumori, come quello del colon, dell’Alzheimer e del diabete.

Non c’è da stupirsi quindi se chi per la prima volta ha scoperto il suo meccanismo d’azione, il farmacologo inglese John Vane, ha ricevuto il premio Nobel per la medicina nel 1982. La sua storia però è molto più antica. Ippocrate, il padre della medicina, aveva scoperto già nel 400 avanti Cristo e senza l’aiuto di microscopi, provette e reagenti, che la corteccia del salice conteneva qualche cosa che abbassava la febbre e riduceva il dolore. In realtà, gli storici della medicina fanno risalire la scoperta a molto prima visto che le virtù terapeutiche del salice sono menzionate già nel papiro di Ebers, databile a circa 2000 anni prima di Cristo.