Ortoressia: il disturbo alimentare con l’ossessione dei cibi sani

Ortoressia. Si tratta di una patologia emergente che riguarda l’ossessione nei confronti dei cibi sani e si identifica come un nuovo disturbo del comportamento alimentare.  Il termine è stato coniato solo nel 1997 ad opera di Steven Bratman, un medico specialista californiano, nel corso della stesura del suo libro “Health Food Junkies”. La parola mutua dal greco orthos (corretto) e orexis (appetito), dunque “mangiare sano“. Bratman però va oltre: spiega che si tratta di un disturbo mentale, descrive l’ortoressia nervosa confrontandola con l’anoressia. In comune oltre la radice del nome hanno molte cose, anche i rischi per la salute, ma si tratterebbe di due patologie ben distinte, benché a volte presenti in un medesimo individuo. Diverso è però l’obiettivo.

L’ortoressico infatti non ha come scopo la perdita di chili, il dimagrimento, ma solo il benessere psicofisico da raggiungere attraverso l’attività motoria e l’alimentazione. Sappiamo che questi fattori sono fondamentali per uno stile di vita corretto, ma nel caso dell’ortoressia queste tendenze salutistiche e logiche, diventano ossessioni, veri fenomeni compulsivi che possono portare ad un deperimento organico preoccupante.

La broncoscopia cos’è, a cosa serve, preparazione e durata

La broncoscopia è un’indagine diagnostica, utilizzata per l’osservazione diretta delle vie aeree che, come si evince dal nome arriva fino ai bronchi. Si utilizza in genere per scovare alcune patologie serie come il tumore al polmone, la sarcoidosi, l’asma bronchiale o la Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Si usa anche per confermare diagnosi radiologiche non troppo chiare, in casi di tosse persistente o inalazione accidentale di corpi estranei. Solitamente, quando si fa una broncoscopia programmata, questa deve essere preceduta da almeno un elettrocardiogramma oltre che da alcuni esami del sangue. Tale indagine diagnostica si fa solitamente in anestesia locale, ma in alcuni casi particolari può essere necessaria anche la totale, benché blanda.

Caldo, effetti sulla pressione arteriosa e stress da calore

Ricapitoliamo. Cosa ci può capitare in estate a causa delle ondate di calore? Il sito del Ministero della Salute ha pubblicato una lista dei malori e dei sintomi più diffusi, che abbiamo ripreso su Medicinalive in questi giorni con articoli dedicati.
I malesseri con conseguenze più gravi sono il colpo di calore e la disidratazione. Abbiamo poi in agguato edema e lipotimia, crampi e congestione.

Oggi concludiamo la nostra carrellata sui rischi per la salute del caldo parlando dello stress da calore e degli effetti delle alte temperature sulla pressione arteriosa. Partiamo dallo stress da calore che, se non trattato adeguatamente, può degenerare nel ben più grave colpo di calore.

Ondate di calore, crampi e congestione

Continuiamo la nostra carrellata di effetti indesiderati, sintomi e malori dovuti alle ondate di calore, fenomeno comune nei caldi mesi estivi, dovuto all’innalzamento protratto delle temperature atmosferiche, che si fa sentire soprattutto in città, dove l’afa è aggravata dal fenomeno dello urban warming, il surriscaldamento urbano.
Abbiamo già trattato abbondantemente del colpo di calore e della disidratazione, i rischi per la salute più comuni dovuti al caldo eccessivo. Ieri vi abbiamo parlato di edema e lipotimia. Oggi, seguendo sempre le indicazioni fornite con scrupolo dal Ministero della Salute, parliamo di crampi e e di congestione, due inconvenienti molto diffusi nei mesi estivi.

Ondate di calore, edema e lipotimia

Se tutti conosciamo il colpo di calore, il maggior imputato dei decessi dovuti al caldo eccessivo, meno noti sono gli altri effetti sulla salute dell’afa che avvolge le nostre città nei mesi estivi, raggiungendo picchi insopportabili in alcune giornate particolarmente interessate dalle cosiddette ondate.

Il sito del Ministero della Salute contiene una lista esauriente delle insidie per il nostro organismo dovute alle alte temperature. Di colpo di calore e disidratazione abbiamo già parlato abbondantemente, includendo i consigli degli esperti per arginare il rischio di essere colpiti. Inauguriamo il primo di una serie di articoli dedicati agli altri malori in agguato d’estate, partendo dalla lipotimia e dall’edema.

Disturbi del sonno, quali sono e come curarli

Si stima che circa una persona su quattro soffra di qualche forma di disturbo del sonno, il quale può incidere sulla vita professionale e su quella privata. A volte si tratta di condizioni non gravi, ma se cominciano a creare stress e a peggiorare la qualità della vita, è bene consultare un medico. Ecco le più comuni:

Insonnia: è il disturbo del sonno più comune e quasi tutti ne soffrono ad un certo punto della vita. Stress, cattiva alimentazione, cambiamenti ormonali, malattie sottostanti o jet lag sono le cause più comuni. Anche l’età svolge un ruolo importante e sono di più le donne che gli uomini quelle che lottano con l’insonnia dopo la mezza età.

Secondo il dottor Frans Hugo della clinica psichiatrica Panorama di Cape Town (Sudafrica) il 90% dei casi possono essere curati senza farmaci.  Le buone abitudini del sonno sono meglio di qualsiasi pillola quando si tratta di vincere l’insonnia. I sonniferi sono una soluzione temporanea alla questione, perché in pochi giorni il cervello è come se “disimparasse” a dormire.

Cure palliative, gli hospice in Italia

Le cure palliative, come precedentemente spiegato qui, sono i trattamenti volti ad alleviare il dolore e a rendere meno sofferta la morte, sia dal punto di vista fisico che psicologico, nei malati terminali o comunque nel caso di malattie cronico-degenerative che non rispondono più ad alcun trattamento farmacologico.

Sono i cosiddetti malati incurabili, 250.000 ogni anno in Italia, a poter usufruire delle cure. Si, ma dove? Abbiamo già visto ieri le leggi che regolamentano l’erogazione delle cure palliative nel nostro Paese. La prima, la Legge n.39 del 26 febbraio 1999, diede il via nel 2000 allo sviluppo degli hospice, strutture indipendenti o all’interno di cliniche ed ospedali, destinate a trattare con il fine-vita dei pazienti.

Cure palliative, cosa sono e perché servono

Le cure palliative, stando alla definizione fornita dall’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, comprendono tutti i trattamenti volti ad alleggerire le sofferenze dei malati terminali, senza più alcuna speranza di guarigione.

Quando tutte le terapie farmacologiche si rivelano inutili e non resta più altro da fare per il paziente, il rischio che si corre è di disinteressarsene a livello medico proprio perché privo di speranze di ripresa.
E’ invece fondamentale rendere l’inesorabile cammino verso la fine della vita più umanamente accettabile sia alla persona sofferente che ai suoi familiari, non dimenticando che, finché vivo, l’essere umano deve conservare tutti i suoi diritti, proprio come gli altri pazienti guaribili, e la sua dignità, soffrendo il meno possibile.

Comicoterapia: l’importante è ridere

Ridere fa bene alla salute, lo sappiamo bene, lo proviamo sulla nostra pelle quando un film, uno spettacolo teatrale o un amico ci strappa anche solo un sorriso. In questi giorni si è festeggiato il ventesimo compleanno (italiano) delle comicoterapia.

Il termine scientifico vero è proprio è “gelotologia” e ci teniamo a sottolinearlo perché dietro al meccanismo del sorriso ci sono un’infinità di documenti e studi che ne attestano la valenza (qui ad esempio). Parliamo di PsicoNeuroEndocrinoImmunologia. Cos’è?

Ferite e ustioni: curarle da se

Se mettessimo sul piatto di una bilancia tutte le pian­te e gli animali del globo e, sull’altro, tutti i batteri, funghi, protozoi e virus, la bilancia pen­derebbe -e di molto- dalla parte dei microrganismi. Sono tanti, tantissimi, ma la maggior parte di loro non sono dannosi. E quei pochi che lo sono, se vogliono aggredirci, devono fare i conti con un agguerritissimo sistema difensivo: la pelle.

Barriera effica­ce, ma non indistruttibile: non è raro infatti che la pelle vada in­contro a piccole o grandi lesioni. Tagli, lacerazioni, abrasioni o ustioni di solito non richiedono l’intervento del medico, se super­ficiali e non molto slabbrate. Meglio invece sentire un camice bianco se la ferita è localizzata su articolazioni, dorso delle mani o dei piedi: in questi punti è possi­bile che una lesione, all’apparen­za modesta, sia in realtà pericolo­sa per tendini, nervi o cavità arti­colari. Per valutare in modo cor­retto la situazione, e quindi deci­dere come comportarsi, la prima cosa da fare è procedere a una sua rapida pulizia.

La pulizia della ferita è essenziale anche per due altre ragioni: da un lato consente di allontanare la maggior parte dei microrga­nismi, dall’altro evita che la sporcizia renda inattivo l’anti­settico da applicare per distruggere i microrganismi residui, ossia la sostanza che si usa per “disinfettare” la ferita. Ma quale prodotto è meglio usare? Non l’alcol 0 meglio, non sempre. Ottimo per disinfet­tare le superfici lisce e la pelle in­tegra, non è la soluzione miglio­re per trattare le ferite: la sua capacità di abbattere la carica batterica diminuisce drastica­mente quanto più è profonda la ferita, e poi è irritante sulle cel­lule.

 

Farmaci, consigli per l’uso

Raggiungere il benessere psicofisico non è facile se non si seguono alcune piccole regole, se non si presta attenzione al proprio stile di vita. Stare bene deve essere la nostra priorità quotidiana, anche per riuscire a sopportare lo stress e la frenesia che ci siamo cuciti addosso. Così per ovviare ai piccoli disturbi e malesseri quotidiani si è diffuso il ricorso all’automedicazione ovvero: aprire il cassetto dei farmaci e vedere cosa c’è che potrebbe andare bene. Dite la verità: quante volte lo avete fatto di recente?

Ecco allora alcuni consigli per orientarsi nel corretto uso dei medicinali. Partiamo dai termini: con OTC (dall’inglese Over The Counter) si indicano i cosiddetti farmaci da banco, cioè quelli che possono essere acquistati liberamente senza alcuna prescrizione o sorveglianza specifica. Si riconoscono perché contrassegnati da un bollino rosso con scritto senza obbligo di ricetta. Ci sono poi i SOP (Senza Obbligo di Prescrizione) che pur non richiedendo la ricetta medica, possono essere acquistati solo su indicazione del farmacista e non in modo autonomo.

Vademecum antibiotici: come, quando e perchè!

Quando un’ infezìone delle vie respiratorie, della gola o del naso o dell’intestino è particolar­mente forte o fa fatica ad andar­sene, il medico può prescrivere degli antibiotici, in genere ad ampio spettro d’azione, cioè attivo contro un’ampia gamma di batteri. Gli antibiotici più usati distruggono le pareti cellulari dei germi, uccidendoli. Ma prima di assumerli bisogna essere certi che l’infezione sia proprio di ori­gine batterica: contro i virus, in­fatti sono completamente ineffi­caci.

Per questo una banale in­fluenza non si cura con gli anti­biotici e nemmeno il raffreddore o il mal di gola, visto che nella gran parte dei casi tali malesseri sono provocati da virus. Ma come si fa a capire se un’infezio­ne è batterica? Senza esperienza e senza esami di approfondi­mento è difficile. Di solito il me­dico di famiglia può farlo sulla base dei sintomi individuati. Ma spesso è difficile anche per lui. Se l’esperienza non basta si ri­corre a esami specifici.

Che siano in compressa, scirop­po, iniezione, aerosol, crema o spray, gli antibiotici vanno assun­ti nei tempi, nei modi e nelle dosi indicate dal medico e ripor­tate nel foglietto illustrativo. Sol­tanto seguendo alla lettera questi consigli si può ridurre il rischio di sviluppare resistenza nei batteri e di andare incontro ad eventuali eventi avversi. Ci sono antibiotici, come per esem­pio le penicillina e l’acido clavu­lanico, che possono infatti gene­rare reazioni allergiche. Una volta iniziata la terapia con antibiotico, poi, bisogna portarla fino alla fine. Non basta cioè che scompaiano i sintomi del males­sere e che si stia bene per inter­rompere l’assunzione. Bisogna prendere il farmaco fino a com­pletare il ciclo, secondo quanto prescritto, di solito 5, 10 o 15 giorni.

Colesterolo sotto esame

 

Può dipendere da cattive abitudini oppure da fattori genetici e fami­líari. La quantità di colesterolo nel sangue è comunque una sentinel­la del rischio cardiovascolare e oc­corre monitorarne i livelli quando si eseguono gli esami del sangue periodici. Ne parliamo con la dot­toressa Benedetta Majocchi, car­diologa in forza al Centro cardiologico Monzino di Milano. Quali sono e a che servono gli esami per il colesterolo?

Sono esami periodici che si ese­guono per prevenire infarti e ictus perché livelli elevati di colesterolo sono correlati a un maggior ri­schio di eventi cardiovascolari. So­no utili per tenere in osservazione chi, da tali esami, ha un esito che non rientra nella norma, fatte pe­rò le dovute differenze. Sì, perché l’interpretazione del risultato può variare, per esempio, tra una per­sona sana e una che soffre di dia­bete. Sono semplici esami del sangue che si effettuano in qualsiasi labo­ratorio. Si misura il colesterolo to­tale e le percentuale di LDL e HDL. Il colesterolo LDL deve essere infe­riore a 100 milligrammi per decili­tro (mg/di) e per avere un quadro preciso va messo in relazione al totale del colesterolo. Però se ci sono anche altri fattori di rischio, come obesità o ipertensione, il va­lore considerato normale potreb­be anche essere inferiore.

 Che cosa si intende esattamente quando si parla di colestero­lo buono e cattivo?

È una distinzione non proprio cor­retta. Di solito si misura il coleste­rolo totale e la componente LDL, quella che porta il colesterolo ver­so le arterie ed è responsabile del­la loro ostruzione e della forma­zione di placche aterosclerotiche. Poi per differenza si calcola la componente HDL, la frazione che dalle arterie porta il colesterolo fegato e agisce da “spazzino”. La prima quota deve essere bassa, inferiore ai 100 mg/dl. Di conseguenza la quota della seconda componente dovrebbe essere elevata; se invece è troppo bassa non va bene, perché significa che la funzione di trasporto del cole­sterolo al fegato non viene svolta correttamente.

Consigli utili per l’aerosol terapia

Tosse, catarro, raffreddore, sinusite, bronchiti: quando l’inverno si avvi­cina l’apparato respiratorio viene messo sotto duro attacco. Evitare i malanni tipici di questa stagione può essere davvero arduo, soprattutto per quelle persone che, magari per motivi di lavoro, passano poco tempo all’aria aperta e non appena mettono il naso fuori si beccano qualcosa. Fin qui niente di strano, visto che il nostro apparato respirato­rio è quello più esposto agli sbalzi di temperatura, ai micror­ganismi, all’inquinamento at­mosferico.

Ma come fare per ri­solvere questi disturbi? Una chance in più è offerta dalla possibilità di cercare sollie­vo nelle microscopiche goccioline di acqua generate dagli ap­parecchi aerosol. L‘aerosol non è altro che una sospensione aerea di particelle liquide con un diametro picco­lissimo, fino a meno di un mi­cron (un milionesimo di metro). Veicolate dall’aria, le microscopiche goccioline, possono rag­giungere le parti più profonde dell’albero respiratorio. E’ pro­prio la dimensione di queste particelle il punto di forza degli aerosol: se infatti quelle più grandi si fermano nelle vie aeree superiori, gola laringe, faringe , mano a mano che il loro diametro si riduce, di solito in funzione dell’appa­recchio che le genera, riescono a raggiungere le vie aeree inferiori, vale a dire bronchi e bronchioli.