Alzheimer: nuove linee guida per la diagnosi

Alzheimer, chi conosce questa malattia, anche solo in forma indiretta, perché ne soffre magari il parente di un amico, ha i brividi a sentirla nominare. Ha un decorso lento che inizia con piccole dimenticanze, per arrivare a far perdere il ricordo di tutto: della propria casa, del proprio nome, dei propri famigliari, della propria ausufficienza.

Si ha una regressione totale, è come tornare bambini. Fragili, timorosi, forse, di sicuro bisognosi di un supporto, che deve venire dai familiari. E’ una patologia che nel mondo colpisce più di 35 milioni di persone. Troppe, per non avere timore che possa capitare ad una persona cara.

Attualmente la diagnosi non è immediata. Arriva quando cioè i sintomi sono ben chiari e non è più possibile confonderli con altri disturbi legati all’età.

Demenza, chi si prende cura del malato corre lo stesso rischio

A fianco del calvario che affligge gli ammalati, c’è il dolore spesso silenzioso ma non meno profondo che coinvolge i familiari. Soggetti che anche quando sani vivono la malattia così da vicino da risultarne in qualche modo colpiti, seppur a livello esclusivamente emotivo.

Recenti studi ipotizzano che i danni causati dallo stress nelle persone che offrono assistenza ad un familiare gravemente ammalato non siano limitati alla sola sfera psicologica, bensì incidano anche sull’insorgenza di vere e proprie condizioni patologiche.

Personalità, come agisce sull’invecchiamento cerebrale

La personalità può influire significativamente sul processo di invecchiamento cerebrale. E’ quanto sostiene un recente studio coordinato da Denis Head, professore di psicologia alla Washington University.
Studiando le immagini della risonanza magnetica di 79 volontari di età compresa tra i 44 e gli 88 anni – che avevano anche fornito dati sulla loro personalità – i ricercatori hanno scoperto volumi inferiori di materia grigia nelle regioni frontale e temporale mediale del cervello nelle persone maggiormente afflitte da nevrosi, rispetto ai maggiori volumi di materia grigia riscontrati nelle persone diligenti, estroverse e coscienziose.
La corteccia orbitofrontale, che fa parte della regione prefrontale ed è coinvolta nei processi sociali ed emotivi ha mostrato analoghe associazioni con la personalità.

“Questo è un primo passo per scoprire come la personalità potrebbe influenzare l’invecchiamento cerebrale,” spiega Denise Head, “I nostri dati mostrano chiaramente un’associazione tra personalità e volume del cervello, in particolare nelle regioni del cervello associate con l’elaborazione emotiva e sociale. Alla luce di questi dati, possiamo ipotizzare che la personalità è in grado di influenzare il tasso di invecchiamento del cervello.”

Gene dell’obesità legato a perdita di tessuto cerebrale

Tre anni fa i genetisti hanno effettuato una scoperta sorprendente: quasi la metà della popolazione degli Stati Uniti con antenati europei possedeva una variante del gene FTO associato alla massa grassa e all’obesità, che li portava ad aumentare di peso – da 1,3 a 3,1 kg, in media – e ancora peggio li metteva a rischio di obesità.
Ora, i ricercatori dell’UCLA hanno scoperto che l’allele di questo stesso gene, che è anche riscontrabile in circa un quarto degli ispanici, nel 15 per cento degli afroamericani e nel 15 per cento degli americani asiatici, potrebbe avere un altro effetto deleterio: la riduzione del tessuto cerebrale.

Riportato nell’edizione on-line della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, lo studio è stato condotto da Paul Thompson, professore di neurologia all’UCLA con la collaborazione di April Ho e Jason Stein del Thompson’s lab e dei loro colleghi. Gli studiosi hanno scoperto che la variante FTO è associata ad una perdita di tessuto cerebrale. Questo mette più di un terzo della popolazione degli Stati Uniti a rischio per una varietà di malattie, come il morbo d’Alzheimer.

L’ipertensione può favorire la demenza senile

Anche se può sembrare che centri poco, il controllo della pressione arteriosa potrebbe essere la migliore protezione conosciuta contro la demenza. In una serie di ricerche, gli scienziati hanno scansionato il cervello dei pazienti per mostrare come l’ipertensione comporta una sorta di cicatrici legate al successivo sviluppo di malattie come l’Alzheimer e altre demenze. Tali cicatrici possono cominciare ad accumularsi nella mezza età, decenni prima che i problemi di memoria vengano a galla.

La prova è tanto forte che il National Institutes of Health presto inizierà ad invitare ad iscriversi migliaia di malati di ipertensione ad uno studio per vedere se un trattamento aggressivo, che migliori la pressione sanguigna, possa proteggere non solo i loro cuori, ma anche il loro cervello.

L’età è il maggior fattore di rischio per il morbo di Alzheimer e altre forme di demenza che colpiscono circa una persona su otto dopo i 65 anni. Gli scienziati lungamente hanno notato che alcuni degli stessi problemi che riguardano il cuore (pressione alta, obesità, diabete) sembrano aumentare il rischio di demenza. Ma per anni, hanno pensato che il collegamento riguardasse la “demenza vascolare”, cioè i problemi legati alla memoria e a piccoli infarti.

Gli esercizi mentali ritardano la demenza senile

Le attività che mantengono attivo il cervello, come la lettura, la scrittura e i giochi di carte, secondo uno studio americano, possono ritardare il declino della memoria che poi sfocia nella demenza. La demenza è una diminuzione della capacità mentale, soprattutto della memoria e del funzionamento cerebrale, che possono essere causati da determinate malattie, come il morbo di Alzheimer e di Parkinson, nonché ictus e infezioni al cervello.

Mentre malattie genetiche sono sospettate di svolgere un ruolo importante nella demenza, un numero sempre maggiore di studi dimostra che lo stile di vita potrebbe influenzare anche la gravità dei problemi. Il nuovo studio, pubblicato sulla rivista Neurology, ha coinvolto 488 persone in età tra i 75 e gli 85 anni, che non avevano demenza all’inizio dello studio. Essi sono stati seguiti per una media di cinque anni; durante tale periodo, 101 persone hanno sviluppato demenza.

All’inizio dello studio, le persone segnalavano che spesso partecipavano ad attività di svago che coinvolgevano il cervello: leggere, scrivere, fare cruciverba, giocare a carte o a giochi da tavolo, fare discussioni di gruppo, e suonare/ascoltare musica.

Ictus, presto in Piemonte una rete di strutture dedicate chiamate stroke unit

Nascerà presto in Piemonte una rete di «stroke unit», i centri specializzati per il trattamento dell’ictus. È quanto prevedono le linee guida approvate dalla Giunta regionale di Mercedes Bresso, che le aziende sanitarie dovranno attuare entro il 30 giugno del 2009. Le linee di indirizzo, contenute nella delibera 49886/2008 approvata il 27 ottobre scorso, hanno l’obiettivo di migliorare i percorsi di trattamento dei soggetti colpiti dalla patologia, che rappresenta in Italia la prima causa di invalidità permanente, la seconda causa di demenza e la terza causa di morte. Ha spiegato l’assessore alla Sanità Eleonora Artesio

«Ogni anno si verificano circa 186mila ictus, di cui l’80%  sono nuovi episodi e il resto recidive. Nel 2006 in Piemonte sono state dimesse dagli ospedali 16.446 persone con diagnosi di vasculopatia cerebrale. Vista l’entità del problema, abbiamo attivato presso l’Aress un tavolo di lavoro con numerosi specialisti in modo da mettere a punto le proposte per ridefinire i più moderni percorsi di cura»

Le azioni che si sono rivelate di particolare efficacia sono il ricovero in strutture dedicate (le stroke unit) e la terapia trombolitica nel caso di ictus ischemico.

«In base al numero di ricoveri che si verificano ogni anno a regime dovranno esserci almeno 20 posti ogni 200mila abitanti dedicati all’ictus, organizzati sotto forma di stroke unit. Almeno sei di questi dovranno essere equipaggiati per il monitoraggio dei parametri vitali e considerati unità a più alta intensità assistenziale»

Morbo di Alzhaimer: possibili cause e relative cure

Il morbo di Alzheimer è una demenza progressiva frequente nel soggetto anziano ma che può manifestarsi anche prima dei cinquant’anni. Questa malattia prende il nome dal suo scopritore, Alois Alzheimer ed è caratterizzata da un processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale.

 Questa sindrome colpisce senza distinzioni di nazionalità, di razza, di gruppo etnico o di livello sociale; interessa sia uomini che donne con una maggiore incidenza su quest’ultime. Nella realtà del nostro Paese, in base alle proiezioni statistiche nazionali, si ipotizza che le persone malate di Alzheimer siano all’incirca 500.000 per lo più inseriti nella propria famiglia e si presume che raddoppieranno per l’anno 2020.

Non si conosce una causa precisa della malattia; tuttavia, gli ultimi studi prediligono per un’origine a più fattori, vale a dire che viene riconosciuta una concomitanza di cause. In alcune famiglie la malattia ha una chiara ereditarietà dominante, ma si tratta di casi molto rari (circa 1 %). In un maggior numero di casi si riscontra una certa predisposizione genetica, testimoniata dalla presenza di qualche altro familiare, anche lontano, colpito dalla malattia ma anche qui niente è testimoniato scientificamente.

Ginnastica per ridurre i sintomi del morbo di Parkinson. Il Pilates può essere di grande aiuto

Il morbo, o meglio, la malattia di Parkinson, è la patologia degenerativa del sistema nervoso centrale più diffusa dopo il Morbo di Alzheimer. Essa comporta la distruzione progressiva delle cellule nervose (i neuroni) situate in una zona del cervello denominata sostanza nigra e deputate alla secrezione di un particolare neurotrasmettitore: la dopammina. Tipicamente i primi sintomi si manifestano intorno ai 60 anni (70-80% dei casi), mentre è piuttosto raro l’esordio della patologia, che interessa entrambi i sessi in ugual misura, intorno ai 40 anni. Solo nel nostro paese 250mila persone ne sono affette.

I sintomi principali del morbo di Parkinson riguardano le funzioni motorie dell’individuo: a tremore, rigidità muscolare di tronco e arti e lentezza di movimento (la cosiddetta bradicinesia) si accompagnano debolezza, problemi di equilibrio e alterazioni della postura.

Morbo della mucca pazza. Si rischia un nuovo allarme, ma gli esperti ci rassicurano

Rischia di diffondersi nuovamente l’allarme per il Morbo della mucca pazza, ovvero l’Encefalopatia Spongiforme Bovina, nota anche con l’acronimo inglese di BSE (Bovine Spongiform Encephalopathy). E’ stata infatti diffusa in questi giorni la notizia di due decessi avvenuti in Spagna nei mesi scorsi a causa del Morbo di Creutzfeld-Jacob, la variante umana del morbo della mucca pazza. Le vittime, un uomo e una donna di 41 e 50 anni sono decedute rispettivamente nel dicembre 2007 e nel febbraio 2008.

Gli esperti però rassicurano e invitano ad evitare inutili allarmismi: infatti grazie ai controlli rigorosi è ormai praticamente impossibile contrarre la malattia di Creutzfeld-Jacob mangiando la carne di un animale affetto da BSE. Le vittime, afferma Juan Josè Badiola, direttore del Centro Nazionale di Ricerca sull’encefalopatia spongiforme dell’Università di Saragozza, potrebbero aver contratto il morbo anche una decina di anni fa. Dello stesso parere l’italiana Maria Caramelli, direttrice del Centro di referenza nazionale per le encefalopatie animali dell’Istituto zooprofilattico di Torino.

La demenza frontotemporale libera le capacità multisensoriali: Ravel ed Anne Adams uniti da un torrente di creatività

Il New York Times ha riportato la storia di una scienziata canadese Anne Adams, morta di una rara malattia cerebrale lo scorso anno.
Dopo una formazione in matematica, chimica e biologia, la Adams lasciò la sua carriera di scienziata ed insegnante nel 1986, per prendersi cura del figlio, gravemente ferito in un incidente stradale e senza nessuna possibilità di guarigione.
Il giovane uomo guarì miracolosamente, ma la madre non tornò più alla sua carriera di scienziato per dedicarsi all’arte. Sin da giovane nutriva una passione per la pittura, che all’improvviso diventò tutta la sua vita.

Il marito Robert racconta che, dalle 9 alle 17, Anne rimaneva chiusa nel suo studio a dipingere. inizialmente si trattava di ritratti archittetonici delle case del quartiere il cui vivevano.
Nel 1994 rimase affascinata dalla musica del compositore Maurice Ravel e dipinse “Unravelling Bolero”, traducendo Bolero in forma visiva.
“Benchè Anne non ne fosse a conoscenza, anche Ravel aveva sofferto di una malattia al cervello i cui sintomi sono identici a quelli di Anne Adams” ha spiegato il dottor Bruce Miller, neurologo e direttore del Memory and Aging Center presso l’Università della California.