Ipertensione adolescenza a causa di internet?

Ipertensione nell’adolescenza per colpa di internet? Troppe ore passate davanti al computer sono da ritenere la causa principale della pressione alta nei ragazzi dai 14 ai 20 anni e a fornire questa teoria sono i ricercatori dell’ospedale Henry Ford di Detroit (Usa) con uno studio specifico che è stato pubblicato sulla rivista Journal of School Nursing.

L’insonnia del nuovo secolo è colpa dei social network

Gli italiani dormono sempre di meno. Stress? Troppo lavoro? Troppi impegni? Forse, ma il motivo più recente sembrano i social network. Uno studio effettuato dai ricercatori dell’Ospedale Le Molinette di Torino, coordinati da Alessandro Cicolin, responsabile del centro di riferimento regionale del Piemonte per la Medicina del Sonno, hanno scoperto che gli adulti italiani dormono in media circa un’ora in meno rispetto a 15 anni fa, ed i più giovani invece un’ora e mezza.

Come dicevamo, non si può affibiare la colpa solo ad internet, ma da quando i social network sono entrati prepotentemente a far parte della nostra vita, è stata registrata un’accelerazione dell’insonnia. Una condizione che, se per molti può sembrare poco preoccupante, in altre persone, specie negli adolescenti, può diventare una patologia grave che li porta fuori dalla realtà.

Vaccini, Farmindustria: “social network confondono”, il web è il nuovo dottore

La salute vien sul web. Almeno stando ai dati diffusi dal rapporto Censis 2010 del quale si è discusso nell’ambito del workshop organizzato a Roma da Farmindustria, dal titolo che è tutto un programma: Vaccini: il passaparola, che confusione!
Dai risultati si evince che ben Il 34% degli italiani utilizza la rete per informarsi sui temi della salute. Percentuale che sale al 46% tra le persone con un più elevato livello di istruzione. In molti si documentano sulle malattie, sui farmaci, sulla validità della diagnosi, gli effetti collaterali di questa o quella terapia.

Che sta succedendo? Non ci si fida più dei medici e delle aziende farmaceutiche? O è semplicemente, più probabile, che parlare di salute, condividere le proprie esperienze, cercare conferme faccia parte di un processo più ampio, che ha reso tutto social, persino cure e patologie?

Farmaci on line, i carabinieri sventano traffico illecito

Farmaci dopanti e contraffatti. Erano queste le sostanze illecite che circolavano liberamente in tutto il mondo e che trovavano come mercato principale internet. Il nucleo operativo dei Nas questa mattina ha però interrotto tutto con 4 ordinanze di custodia cautelare e 40 decreti di perquisizione emessi dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catania.

L’operazione, denominata “Farmastore”, ha rilevato che alcuni prodotti tra i più diffusi online come quelli che rientrano nella sfera sessuale come Viagra, Cialis e Levita, erano contraffatti. Non venivano fabbricati infatti negli stabilimenti autorizzati, ma in alcuni laboratori dell’India e dell’Est Europa che non avevano ottenuto la licenza, i quali”tagliavano” la composizione originale dei farmaci con altre sostanze come il solfato di calcio. In pratica chi acquistava queste pillole stava assumendo del comunissimo gesso.

La salute si cerca sul web

 

Salute: 3 italiani su 10 la cercano sul web. Lo afferma una ricerca condotta dal Censis che voleva monitorare i rapporti tra pazienti e medici. Con sorpresa, ma forse non troppa, il “dottore” non è più considerato infallibile: può sbagliare ed i fatti di cronaca purtroppo ce lo ricordano di frequente. Maria Concetta Vaccaro del Censis  durante il convegno La conciliazione, un’alleanza rinnovata tra medico e cittadino ha spiegato i dati del Monitor biomedico 2009:

“Il medico non è più la sola autorevole voce da acoltare. È percepito come un esecutore tecnico di un sapere complesso di cui però non ha più l’esclusiva e  se c’è un errore è attribuito alla fallibilità del professionista e non della scienza medica. E questo aumenta l’intolleranza e pregiudica il rapporto medico-paziente». 

Internet può aiutare contro panico e depressione

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) tramite internet è altrettanto efficace nel trattamento del disturbo di panico (attacchi di panico ricorrenti) come il tradizionale gruppo CBT che si fa con altre persone dal vivo. Ora i ricercatori svedesi hanno scoperto essere efficace anche nel trattamento della depressione lieve e moderata.

Questo secondo una nuova tesi di dottorato che sarà presto presentato al Karolinska Institutet.

Il CBT su Internet è anche più conveniente rispetto alla terapia di gruppo. I risultati quindi sostengono l’introduzione del trattamento nella psichiatria comune di internet, che è anche ciò che la commissione nazionale per la salute e il benessere raccomanda nei suoi nuovi orientamenti per il trattamento della depressione e ansia

spiega Jan Bergström, psicologo e dottorando presso il Centro di ricerca psichiatrica. Si stima che la depressione colpisca circa il 15% ed il disturbo di panico il 4% della popolazione mondiale. La depressione può includere una gran quantità di sintomi, come cattivo umore, la mancanza di gioia, senso di colpa, letargia, difficoltà di concentrazione, insonnia e autolesionismo. Il disturbo di panico comporta attacchi debilitanti di panico che dissuadono una persona dall’entrare in luoghi o situazioni precedentemente associati al panico. I sintomi più comuni includono palpitazioni, tremori, nausea e la sensazione che qualcosa di pericoloso stia per accadere.

Internet ci fa perdere la memoria e ci rende pigri

Non bastava la depressione, i problemi fisici come quelli agli occhi o posturali, e le altre mille problematiche sollevate dai pensatori di tutto il mondo. Ora si aggiunge una nuova patologia all’uso smodato di internet: la perdita di memoria.

A stabilirlo è Nicholas Carr, scrittore di fama mondiale che ha sempre trattato la tecnologia digitale “con i guanti”, e ha da sempre portato alla luce delle problematiche che riguardavano il rapporto società-nuove tecnologie, anche con un buon seguito. La tesi di Carr è, in breve, che internet ci porta ad avere una vita “troppo comoda”, fatta di links e materiale immediato, tanto da farci disabituare a pensare, e soprattutto a ricordare, dato che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è raggiungibile con un click.

Una nuova patologia, la dipendenza da Internet

Le nuove tecnologie sono entrate in maniera quasi invasiva nella vita quotidiana e, se in alcuni ambiti hanno portato indiscutibilmente molte migliorie, sotto altri aspetti, invece, hanno anche evidenziato alcuni aspetti negativi. La diffusione di Internet, ma anche degli strumenti del Web 2.0, legati quindi sopratutto a community e social network, portano a trascorrere molto tempo davanti al computer, per motivi di lavoro o di svago.

Questa tendenza ha portato alla nascita di  una dipendenza che, in alcuni casi, può diventare una vera e propria patologia. Già nel 1995, quando Internet era ad uno stadio diverso, Ivan Goldberg, un dottore americano aveva diagnosticato l’ Internet addiction disorder, noto anche con la sigla IAD, simile alla sindrome del gioco d’azzardo.

Troppe ore a navigare su internet favoriscono la depressione

Le persone che spendono un sacco di tempo ogni giorno navigando in rete hanno maggiori probabilità di mostrare sintomi depressivi, secondo uno studio su larga scala effettuato dagli psicologi dell’Università di Leeds. I ricercatori hanno trovato la prova evidente che alcuni utenti hanno sviluppato l’abitudine compulsiva ad internet, per cui essi sostituiscono l’interazione reale con la vita sociale online, chat room e siti di social networking. I risultati suggeriscono che questo tipo di navigazione-dipendenza può avere un grave impatto sulla salute mentale.

L’autore, il dott. Catriona Morrison, ha dichiarato:

Internet gioca ormai un ruolo enorme nella vita moderna, ma le sue prestazioni sono accompagnate da un lato più oscuro. Mentre molti di noi usano Internet per pagare le bollette, fare acquisti e inviare e-mail, vi è un piccolo sottoinsieme della popolazione che fatica a controllare quanto tempo passa online, al punto che interferisce con le loro attività quotidiane.

Questi “dipendenti da Internet”, i quali trascorrevano molto tempo navigando in siti sessualmente più gratificanti, siti di giochi online e nelle comunità online, avevano anche una maggiore incidenza di depressione, da moderata a severa, rispetto agli utenti non dipendenti.

Scoperto collegamento tra i videogiochi e i rischi sulla salute

Mentre il videogioco è generalmente percepito come un passatempo per bambini e adolescenti, la ricerca dimostra che l’età media dei giocatori nel mondo Occidentale è di 35 anni.I ricercatori del Centers for Disease Control and Prevention (CDC)  delle Università Andrews e Emory hanno analizzato dati provenienti da più di 500 adulti di età compresa tra i 19 e i 90 anni nella zona di Seattle-Tacoma, controllando i rischi per la salute, i comportamenti e le percezioni, compresi quelli relativi al videogioco, e i fattori demografici.

In un articolo pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, questi scienziati hanno spiegato di aver trovato misurabili correlazioni tra i videogiochi e i rischi per la salute. Tra i partecipanti all’esperimento erano presenti giocatori e nongiocatori, e veniva compreso anche l’uso di internet come sostegno sociale. Sono stati valutati anche lo stato di depressione, personalità, salute fisica e mentale, l’indice di massa corporea (BMI) e la qualità della vita.

La dipendenza da internet: e-mail, chat e social network

Mentre i nonni si isolano pericolosamente davanti al televisore, Internet accalappia i nipoti, che si perdono nelle maglie della rete più grande del mondo. Potrebbe essere la fotografia di questo inizio di secolo. Ma che cosa fanno gli utenti quando sono collegati? Oltre il 70% degli intervistati guarda video su YouTube e servizi simili, il 66% scarica file musicali, l’81% usa la rete per caricare e pubblicare foto digitali, il 76% partecipa a giochi che si svolgono on line. Ben oltre quindi l’attività legata al lavoro o allo studio, Internet diviene sempre più centro di intrattenimento e vita sociale.

Dalla necessità alla dipendenza però il passo è breve e si può delineare in alcuni step virtuali che conducono a non poter più fare a meno del collegamento. Tutto inizia con le e-mail, il primo livello di utilizzo, cui segue una fase di navigazione distratta e rapida tra i siti web. Segue un’attenzione ossessiva alla posta elettronica e ai temi che riguardano il web. Intanto il tempo di permanenza on line aumenta e si intensificano la partecipazione alle chat e ai gruppi di discussione. Le sessioni di connessione si prolungano nella notte, tolgono ore al sonno, e si accompagnano a pensieri ossessivi che riguardano gli eventi della Rete, a sensazioni sgradevoli e ansia quando si è scollegati.

 L’estremo della dipendenza si raggiunge con un malessere crescente, agitazione e un basso livello di attivazione e interesse quando si è “disconnessi”. Una condizione simile all’astinenza con danneggiamento della sfera sociale, affettiva e della vita familiare, scolastica o lavorativa.

Dottor Web per 4 milioni di italiani

Quattro milioni di italiani cercano informazioni sulla salute in Rete. Negli ultimi tre anni, la percentuale di navigatori che va su Internet e digita tematiche più o meno specifiche inerenti alla salute è passata dal 2,8 al 13,1: uno su 10 arriva anche a contestare al proprio medico la diagnosi, grazie alle informazioni raccolte indipendentemente.

A riportare questo quadro è il Cnr – Centro Nazionale delle Ricerche. Dati Censis alla mano, ha pubblicato un dossier specifico sulla sua rivista Focus.it. C’è, naturalmente, un però. I rischi…

23andMe, decodifica il tuo genoma on-line alla modica cifra di…

Da oggi saperne di più sul proprio genoma, rimanendo comodamente seduti dietro la scrivania, davanti allo schermo del personal computer, non è più un’utopia. A dire il vero, un’idea simile non ci aveva neanche sfiorato e infatti è un’originale trovata che viene da oltreoceano, più precisamente dalla California.
Dopo la boutique del Dna di SoHo (a New York) gli States ci riprovano a stupirci con 23andMe, una società californiana che offre un singolare servizio: la decodifica del proprio Dna.

Fin qui nulla di strano, se non fosse che i risultati del test saranno a disposizione del cliente direttamente on-line, senza trasferte in studi clinici. Il tutto in un lasso di tempo compreso tra le due e le tre settimane, periodo strettamente necessario per procedere con la mappatura. Si affrettino dunque coloro che intendono fare o farsi un insolito regalo per questo Natale. Ma cerchiamo di capire meglio come funziona 23andMe.