Veleno delle api fornisce nuovi strumenti contro l’ipertensione

Nuove speranze per la comprensione dei meccanismi alla base dell’ipertensione vengono da uno studio sulle api.
I ricercatori della University of Pennsylvania School of Medicine hanno infatti modificato una tossina presente nel veleno degli industriosi insetti in modo da poterla utilizzare come uno strumento per studiare il funzionamento interno dei canali ionici che controllano la frequenza cardiaca e il riciclaggio di sale nei reni.
In generale, i canali ionici  consentono il passaggio sia in entrata che in uscita di piccoli ioni come sodio, potassio, calcio nelle cellule.

Lo studio, pubblicato sulla rivista di divulgazione scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, è  stato realizzato dall’equipe di ricercatori del laboratorio del professor Zhe Lu, che ha esaminato l’azione di una tossina naturale nell’ape sul perfezionamento dei canali che permettono l’entrata del potassio. Lo scopo della ricerca è di individuare nuovi approcci per il trattamento di malattie cardiovascolari.

Scompenso cardiaco, un problema per 600mila italiani

Sono circa 600mila gli italiani affetti da scompenso cardiaco, e sono circa 90mila i nuovi casi registrati ogni anno nel nostro paese.

Lo scompenso cardiaco rappresenta una condizione patologica nella quale il muscolo cardiaco non è più in grado di pompare sangue a sufficienza per tutto il corpo: il cuore cioè non si riempie adeguatamente di sangue e non è abbastanza forte da svuotarsi in modo da immetterne abbastanza nell’organismo, con conseguente carenza di ossigeno per gli organi e aumento di volume del cuore stesso.

Spesso rappresenta l’evoluzione di patologie come l’ipertensione arteriosa, cardiopatie congenite, infarto del miocardio.

I primi sintomi di scompenso cardiaco sono generalmente rappresentati da un senso di stanchezza o debolezza, respiro corto o mancanza di fiato (soprattutto dopo uno sforzo o quando si è distesi), tosse, vertigini e stati confusionali.

Cibi che fanno bene alla salute, attenzione alla mancanza di prove scientifiche

Sappiamo tutti molto bene che seguire una dieta sana ed equilibrata non può che giovare alla nostra salute, e noi stessi vi abbiamo più volte parlato delle proprietà specifiche di particolari alimenti (banane e aglio contro l’ipertensione, broccoli contro i danni del diabete, vino rosso, caffè e così via) dimostrate da studi scientifici che ne hanno provato gli effetti benefici sulla salute.

Tuttavia, secondo un’indagine dell’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, riportata dall’associazione per la tutela dei consumatori Aduc, esiste una moltitutidine di cibi per i quali non può dirsi lo stesso. Ovvero alimenti, ma anche principi nutritivi e abitudini alimentari, le cui ricadute positive sulla salute di chi li consuma sono solo presunte, non sostenute cioè da alcuna prova scientifica valida.

Vediamo di quali si tratta:

Lavoro: discriminazioni e disuguaglianze per questioni di…salute

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) ha riscontrato forme di discriminazione e di disuguaglianze sul lavoro per motivi legati allo stato di salute dell’individuo. Nel rapporto “Equality at work: tackling the challenges” si legge che recentemente si sono aggiunte forme di discriminazione che riguardano per la maggior parte soggetti affetti da disabilità e dal virus Hiv. Oltre alle già note forme di discriminazione sessuale, religiosa, etnica e sociale.

Nei Paesi in via di sviluppo dove vive circa l’80% dei disabili, fisici o mentali, le discriminazioni si sommano a quelle di genere. Si veda il Brasile dove le donne disabili disoccupate sono superiori ai maschi disabili disoccupati. Lo stesso rapporto si riscontra in Medio Oriente e nell’Africa del nord. Mentre nei Paesi sviluppati la discriminazione è legata più a motivi economico-imprenditoriali: le imprese recepiscono lo stato di disabilità come una minore capacità produttiva. In Europa, in particolare in Francia, si è analizzato che di tutti coloro che hanno dichiarato la disabilità sul proprio curriculum, solo meno del 2% ha trovato lavoro.

Patologie renali e consumo eccessivo di bevande alla cola. Scoperto un legame.

Brutte notizie per gli amanti delle bibite alla cola. Sembra proprio che il loro consumo eccessivo (pari a due lattine al giorno) predisponga allo sviluppo di patologie renali croniche. Questo, almeno, è il dato emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health (Nih) e pubblicato su Epidemiology. L’analisi delle abitudini alimentari di oltre 400 persone affette da calcoli renali ha infatti permesso agli studiosi, tra cui anche la biologa italiana, Olga Basso, di stabilire, dopo aver escluso l’esistenza di altri possibili fattori di rischio, che esiste un legame tra le patologie renali, primi fra tutti i calcoli, e il consumo di cola.

A causare problemi ai reni sarebbe l’acido fosforico presente in grandi quantità in questo tipo di bevande. L’acido fosforico avrebbe il potere di legare a sé (e quindi sottrarre) il calcio presente nelle ossa rendendole così più deboli e di favorire la formazione di cristalli che aggregandosi diventano calcoli renali. Già nel 2003 , Katherine L. Tucker, al congresso della American Society for Bone and Mineral Research, aveva presentato una ricerca dalla quale erano stati ottenuti risultati analoghi che allora erano stati collegati al deficit di mineralizzazione delle ossa nelle donne che costituivano il campione.