Neuroblastoma: la nuova cura che distrugge anche le metastasi

Il neuroblastoma è un tumore devastante, che spesso già dal suo esordio si manifesta con metastasi. E’ molto aggressivo e purtroppo colpisce i bambini. Una nuova strategia terapeutica, ideata e testata presso l’Università Cattolica – Policlinico A. Gemelli di Roma sembra offrire notevoli possibilità di vittoria su questo tumore pediatrico. La tecnica consiste nell’associare alla tradizionale chemioterapia, sin dall’inizio della cura, anche la radioterapia, attraverso il 131-I-metaiodobenzilguanidina, un composto radioattivo che agisce specificatamente sulle cellule maligne del neuroblastoma, anche se già sparse per l’organismo (metastasi). Come funziona?

Traumatologia: un convegno sulla gestione delle emergenze

La traumatologia in tutte le sue sfumature e metodologie di  cura. Si parlerà di questo oggi e domani a “Trauma Oggi“, presso Aula Brasca dell’Istituto di Clinica Chirurgica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma presso il Policlinico Gemelli.

Tutti gli esperti del settore, partendo dai radiologi interventisti, chirurghi ortopedici e generali fino ad arrivare ad anestesisti e personale di pronto soccorso, si riuniranno per mettere il punto sulle problematiche relative alla corretta gestione dei traumi in fase di emergenza, terremoti ed epidemie.

Ictus: una nuova tecnica riabilitativa

Essere colpiti da un ictus è un evento improvviso, quanto mai drammatico, che spesso se permette la sopravvivenza lascia una disabilità più o meno rilevante, che se non trattata subito ed adeguatamente porta a cronicizzazione certa. Una nuova ricerca scientifica ha però individuato una tecnica capace di migliorare i sintomi anche dopo un anno dall’evento: attraverso la vibrazione.

Il lavoro è stato svolto presso il Laboratorio di Neurologia Clinica e Comportamentale della Fondazione Santa Lucia con la collaborazione dell’Università Cattolica di Roma. Ma vediamo nel dettaglio.

E’ noto che nel cervello degli esseri umani esistono una sorta di “mappe” neuronali, che grazie ad una particolare loro plasticità, dopo un evento ictale possono essere riattivate, corrette, con un’adeguata ed immediata terapia. Dopo più di un anno non si riteneva fosse possibile aggiustare queste mappe, ma il nuovo studio sembra dare nuove speranze.

Helicobacter pylori: in arrivo una nuova terapia

Dall’Università Cattolica di Roma arrivano importanti novità per combattere l’Helicobacter Pylori. Vi spieghiamo di cosa si tratta. Vi abbiamo già parlato dell’Helicobacter pylori (qui) un batterio che colonizza abitualmente le nostre mucose intestinali e che provoca gastrite, acidità, bruciore, ma anche ulcere pericolose e tumore allo stomaco se trascurato.

La diagnosi è semplice: si fa tramite un test del respiro o un esame delle feci, in alcuni casi è preferibile la gastroscopia, esame invasivo, ma non doloroso. Con una terapia antibiotica si può risolvere il problema nel 94% circa dei casi. Ma nel restante 6 %? Che fare? In genere si attivano nuovi cicli terapeutici dopo un antibiogramma che individua la maggiore sensibilità antibiotica e permette una cura personalizzata. Non sempre però si ottiene un successo ed i ricercatori romani hanno lavorato proprio su questo gruppo.

Allergia: nascere col cesareo può predisporre

L’allergia può dipendere dal modo in cui si nasce. Molte ricerche negli ultimi anni stanno puntando a capire i meccanismi di risposta del sistema immunitario ad alcune patologie ed al contempo capire, come e quando queste si formino.

L’allergia ormai diffusissima, è uno dei temi scottanti su cui sta lavorando la ricerca. Si capisce perché riflettendo su un dato: si stima che nel 2020 la metà dei bambini ne sarà colpito.

Alcuni studiosi dell’Università Cattolica hanno scoperto un particolare meccanismo: i bimbi nati col cesareo sarebbero maggiormente esposti a questa possibilità, a causa di una minore qualità della microflora intestinale, rispetto a quella dei bambini nati con il parto naturale! Ma vediamo nel dettaglio.

Diabete addio grazie ad un gene

Si chiama P66 e non è un robot di ultima generazione, ma un gene, corresponsabile del diabete cosiddetto alimentare. Disattivarlo corrisponderebbe a dire addio al diabete.

La scoperta è stata  appena pubblicata sulla rivista internazionale Proceedings of the National Academy of Sciences USA (PNAS) ed è stata firmata da un’equipe di ricercatori dell’Università Cattolica di Roma guidati Giovambattista Pani e Tommaso Galeotti dell’Istituto di Patologia Generale della Facoltà di Medicina.

Lo studio è stato sostenuto da un finanziamento della European Association for the Study of Diabetes (EASD), e aiuta a capire meglio il legame tra l’alimentazione, il metabolismo e l’invecchiamento. Ma vediamo nel particolare di cosa si tratta.

Diabete: predire l’ictus si può

Il diabete è una malattia diffusissima. Si stima che al mondo ne soffrano circa 246 milioni di persone, che diventeranno con grande probabilità 380 milioni entro i prossimi 15 anni. Cifre da capogiro, soprattutto se si considera che il 90% di queste persone è affetta dal cosiddetto diabete di tipo 2, una volta considerato (erroneamente) il diabete dell’età adulta.

In effetti colpisce essenzialmente persone in sovrappeso che hanno superato i 40 anni e spesso questo accade senza dare una sintomatologia precisa. Pericolose sono dunque le conseguenze, che a volte arrivano all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno. In particolare le persone affette da diabete hanno un rischio doppio di essere colpiti da infarto o ictus rispetto alla popolazione normale.

Salute, in città è a rischio

La salute in città è a rischio. Non c’è in tutta Italia un’area metropolitana in condizioni ottimali. E’ ciò che emerge dal Primo rapporto Osservasalute dedicato a queste zone. A essere sotto inchiesta è essenzialmente l’ambiente, non adeguatamente curato: viviamo in città piene di smog, con poco verde e sovraffollate.

I rischi di tutto ciò si riversano direttamente sulla nostra salute, o addirittura sul nostro DNA (qui). E questo proprio nell’anno che l’OMS dedica alla Salute Urbana!  Ma lo studio va oltre e analizza vari aspetti di ben 15 aree metropolitane: Torino, Milano, Venezia, Trieste, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Messina, Catania, Cagliari.

Sclerosi multipla, la ricerca avanza

Ancora una volta due ricercatori italiani pubblicano i risultati di un loro importante lavoro sulla prestigiosa rivista internazionale Journal of Immunology: hanno immesso un innocuo batterio in alcuni topini da laboratorio, per poi osservare lo sviluppo di una malattia autoimmune simile alla sclerosi multipla. Sono il prof. Francesco Ria ed il prof. Giovanni Delogu , rispettivamente dell’Istituto di Patologia Generale e dell’Istituto di Microbiologia dell ’Università Cattolica di Roma.

Il loro studio è durato 2 anni ed è stato indirizzato alla conoscenza della sclerosi multipla, malattia autoimmune che colpisce in Italia circa 58.000 persone. Come le altre patologie di questa categoria è dovuta ad una reazione infiammatoria causata dal sistema immunitario che si attiva in difesa di qualcosa che a tutt’oggi non è ancora chiaro. L’unica certezza che si ha è che c’è un fattore generico predisponente, ma ancora non si è capito quale agente esterno provoca la reazione immunologica che distrugge il rivestimento delle fibre nervose del sistema nervoso centrale.

Hiv e farmacogenomica

E’ una delle prime applicazioni nella pratica clinica della farmacogenomica, ovvero di quella branca della farmacologia, estremamente innovativa, che tende a personalizzare i farmaci in base al patrimonio genetico. Riguarda un test del dna che evidenzia molto rapidamente, la predisposizione ad una reazione tossica all’uso dell’ Abacavir, un importante farmaco antivirale, usato nella terapia contro l’ hiv. In genere è ben tollerato e per questo è anche tra i più usati, ma il 5/8% dei pazienti trattati, nel giro di un mese e mezzo, ha una reazione avversa, spesso molto seria.

Artrite reumatoide, sclerodermia e diagnosi precoce

Nell’ultimo ventennio la scienza medica ha fatto grandi passi avanti: anche per l’ artrite reumatoide o poliartrite infiammatoria cronica e progressiva e  la sclerodermia si sono aperte nuove strade. Nel corso del Primo Convegno Internazionale su “I Biomarkers in Reumatologia”, promosso dal Dipartimento di Medicina interna,  scienze specialistiche e dermatologia  e dell’Unità Operativa di Reumatologia del Policlinico“Agostino Gemelli, i maggiori esperti del settore hanno fatto il punto della situazione.
L’incontro, che si è svolto presso la stessa Università Cattolica di Roma, ha avuto come obiettivo principale la condivisione delle nuove scoperte sulla diagnosi precoce,  dei dati di follow-up e di quelli sulle risposte terapeutiche.

Reflusso Gastroesofageo: Se Rigoletto s’ammala

D’ avanti alla tisi fatale per Violetta e Mimì, i cantanti lirici dovrebbero tirare un sospiro di sollievo. La loro “malattia professionale” ha un altro nome e, fortunatamente, tutt’altra prognosi rispetto alla patologia “principe” dei loro personaggi: si chiama reflusso gastroesofageo, e consiste nella risalita del contenuto gastrico verso l’esofago, che provoca un’infiammazione molto fastidiosa, con il rischio dilaringiti e danni alle corde vocali.

A scoprire che i sintomi del reflusso affliggono i cantanti d’opera in misura quasi doppia rispetto alla popolazione generale è stata una ricerca pubblicata sul numero di marzo della rivista Gastroenterology e coordinata da Giovanni Cammarota, ricercatore dell ‘Istituto di Medicina interna dell’Università Cattolica di Roma, diretto da Giovanni Gasbarrini.
Cammarota si occupa da tempo di questo disturbo.

Nel corso degli anni – racconta –abbiamo incontrato molti casi di cantanti d’opera che soffrivano di reflusso. Basandoci su questa osservazione clinica, abbiamo pensato che non fosse solo un caso“. L’ipotesi di partenza dello studio è infatti che i cantanti lirici possano essere più suscettibili alla malattia per la prolungata sollecitazione del diaframma (l’eccessiva pressione addominale sullo sfintere esofageo è una delle cause del reflusso).